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Politica

Stefania Craxi: "Dietro a Gianfranco nemici ricchi del Cav e forse poteri stranieri"

Stefania Craxi, deputata Pdl e sottosegretario agli Esteri, considera Gianfranco Fini il braccio dei «nemici danarosi» di Berlusconi e indi­ca tre priorità per rilanciare il partito: rassicurare i sena­tori, puntellare la Sicilia e ragionare con Bossi

«Abbiamo perso il treno delle elezioni anticipate quando Fini ha fatto i gruppi autonomi e abbiamo per­so il treno di Casini per colpa di Bossi. Nessuno si illuda di poter andare avanti così». Stefania Craxi, deputata Pdl e sottosegretario agli Esteri, considera Gianfranco Fini il braccio dei «nemici danarosi» di Berlusconi e indi­ca tre priorità per rilanciare il partito: rassicurare i sena­tori, puntellare la Sicilia e ragionare con Bossi.

Onorevole Craxi, lei sapeva che Fini avrebbe dato vita a un nuovo partito, non è vero?

«Fini non sarà un genio, ma non è uno sprovveduto. Il piano per mandare a casa Berlusconi coincide con la nascita della Fondazione Farefuturo che, per altro, ha sede in un principesco palazzo romano».

A cosa si riferisce?

«Di mezzo ci sono anche i soldi. Di nemici danarosi Berlusconi ne ha più d’uno».

Può fare nomi?

«Che alcuni ambienti finanziari spesso proprietari di giornali siano nemici di Berlusconi è risaputo. Come è risaputo che qualcuno abbia un piano per liberarsi di lui e fare un’alleanza con Casini e Montezemolo qua­drando il cerchio tra cattolici e mondo della finanza».

Fini lavorava contro il Pdl pri­ma del Pdl?

«Già nel 2006 cominciò a metter­si di traverso sulla riforma della giustizia. La parte della magistra­tu­ra che non vuole la riforma è die­tro le sue scelte. E poi con quali sol­di tiene in piedi giornali e fonda­zione? Qualcuno ha parlato di am­bienti internazionali».

Parla da sottosegretario?

«Ambienti internazionali furo­no dietro la falsa rivoluzione me­diatico- giudiziaria degli anni ’90. Pongo un quesito».

E quindi?

«Bisogna prepararsi alle elezio­ni. Se non le fa Berlusconi, forse ci penserà Fini. Veneziani l’ha chia­mato “ ladro di sogni”, io aggiungo “killer delle riforme”. Bisogna pre­pararsi a combattere».

Come?

«Presidiando il Senato, siste­mando la Sicilia e facendo un di­scorso con Bossi».

Teme la fronda dei senatori?

«Il Senato è il nostro punto di for­za, non devono esserci defezioni: per chi è minacciato dalla Lega si troverà posto alla Camera».

E la Sicilia?

«Micciché dovrebbe capire che è il momento dell’unità».

E Bossi?

«Berlusconi dovrebbe fargli ca­pire che è nella stessa barca del Pdl e che senza Berlusconi il fede­ralismo è morto».

La Lega non è fedele?

«Sono stati leali e mi auguro che continuino. La Lega però pone un problema di sana concorrenza al Nord. E talvolta sembra inseguire un progetto egoistico. Quando Maroni evoca le elezioni, lo fa perché è il modo migliore per uscire dall’impasse o perché la Lega è il partito che più ne guadagnerebbe? Mi auguro che il Pdl si svegli».

Lo diceva anche prima delle Regionali.

«Non è cambiato niente».

Come evolverà lo scenario?

«Fini prima o poi dovrà dimettersi. Se lo scoppio della bomba-Montecarlo lo trovasse segretario di un partito, se la caverebbe con qualche titolo sui giornali».

E la commissione d’inchiesta sulla magistratura?

«Arriva con vent’anni di ritardo. Mio padre la chiese prima di morire. Cos’era Tangentopoli se non l’uso poli­tico della giustizia? C’è una parte dei magistrati che lavo­ra in silenzio e un’altra che fa un uso politico della giusti­zia. È ora che vengano fuori i due pesi e le due misure che usò allora e che usa ancor oggi».

Perché questa “nostalgia” di Casini?

«Il mondo dei moderati dovrebbe essere naturalmen­te con noi. Lui avrebbe dovuto consentirci di governare, ma pure noi abbiamo responsabilità: ricacciarlo nel ter­zo polo è stato un errore madornale».

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