Quella che vi stiamo per narrare non è una storia nota, anche se potrebbe tranquillamente essere l’ispirazione per un grande film di guerra, dato che chilometri di pellicola sono stati investiti su missioni meno temerarie. Avrete certo sentito parlare del raid dei B-25 del gruppo di Doolittle, i bombardieri che decollarono dal ponte della portaerei Uss Hornet per colpire Tokyo e vendicare simbolicamente l’attacco giapponese a Pearl Harbor, nell’aprile del 1942, o dei famigerati Dambuster della Royal Air Force, che bombardarono con le “bouncing bomb” le dighe della Ruhr, inondando il cuore dell’industria bellica tedesca, e forse perfino della prodezza a bassa quota che misero a segno i piloti di Mosquito che presero parte al raid sulla prigione di Amiens, si dice “orchestrata” come copertura dal Secret Intelligence Service per creare un diversivo; eppure, in pochi conoscono le gesta dei temerari equipaggi degli aerosiluranti Savoia-Marchetti S.M.79 “Sparviero” dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana che nel giugno del 1944 volarono per oltre duemila chilometri a pelo d'acqua per irrompere a Gibilterra — dove gli incursori della Xª Mas si erano guadagnati fama e gloria — e colpire ancora una volta, ma questa volta dall’aria, la flotta britannica alla fonda.
Era il primo giorno di giugno quando al Gruppo “Buscaglia”, intitolato al comandante abbattuto e deceduto mentre tentava di decollare dal Sud, dove l’Italia era divenuta cobelligerante dopo l’8 settembre, si pianificava un’azione tanto folle da ricordare le gesta di D’Annunzio a Pola, ambendo al successo bellico che aveva conseguito Rizzo nella famosa impresa di Premuda: colpire il nemico che ormai vantava una forza soverchiante, dove credeva che nessuno si sarebbe spinto, ancora nella rada di Gibilterra dove gli Uomini Gamma si erano spinti a nuoto nell’estate del 1942, e dove gli incursori della Xª Flottiglia Mas erano penetrati, sotto un mare in burrasca, a bordo dei loro feroci maiali, i Siluri a Lenta Corsa, appena un anno prima.
Confidando nel fatto che l'Ammiragliato britannico non reputasse più il nemico italiano una reale minaccia, i pianificatori del Gruppo Aerosiluranti fecero loro il pensiero del celebre sommozzatore e combattente Lionel Crabb, che dichiarò: “Questi possono affondarci quando vogliono, perché la guerra la vinceremo noi, ma i Padroni del Mediterraneo resteranno per sempre loro: i palombari della Xª Flottiglia Mas”, e pensarono che compiere una missione contro un obiettivo così distante — come era già stato tentato dai “Pipistrelli” del Reparto Sperimentale, i bombardieri SM82, e dai Piaggio P.108 della Regia Aeronautica — fosse doppiamente folle, ora che le basi in Sardegna erano perdute e che la forza aerea alleata era soverchiante, ma comunque essenziale per riequilibrare le forze e infiammare l’animo degli italiani che erano rimasti fedeli alla Repubblica fondata da Mussolini.
Il Comando tedesco si era dimostrato decisamente “scettico” rispetto all'opportunità di sferrare un simile attacco — data la superiorità aerea e informativa degli Alleati —, ciò nonostante, 10 equipaggi vennero scelti per decollare da una base nella Francia meridionale e puntare su Gibilterra sotto il comando del capitano Marino Marini, che era subentrato a Carlo Faggioni, abbattuto nei cieli di San Felice Circeo durante un raid sul naviglio nemico in aprile.
Marini fece trasferire segretamente i suoi aerosiluranti presso la base di Istres, per decollare la sera del 4 giugno 1944 e puntare dieci SM79S contro la fortezza di Gibilterra. Dopo aver volato per molte ore verso il limite ultimo del Mediterraneo, il Mare Nostrum, dove la Perfida Albione non aveva mai perduto il suo eterno baluardo, gli aerosiluranti dell’ANR portarono un attacco che venne definito “impeccabile” e da bassissima quota, sganciando dieci siluri che provocarono almeno, sganciati a non più sei, fragorose esplosioni mentre la luce di dozzine di riflettori e tutta la potenza di fuoco della contraerea illuminavano la notte. Sfuggendo ai caccia notturni inglesi, i temibili Beaufighter dotati di radar Airborne Interception, con i motori centrali spenti per risparmiare carburante la formazione principale di SM79 fece rientro alla base di Istres, dove i piloti vennero accolti come artefici di un grande trionfo, seppure controverso.
Mentre le avanguardie anglo-americane entravano a Roma, dopo essere rimaste inchiodate nell’entroterra all’indomani dello sbarco di Anzio, e le prime ondate della forze d’invasione sbarcavano sulle spiagge della Normandia del D-Day dell’operazione Overlord, l’Aeronautica Nazionale Repubblicana, appoggiata dalla Luftwaffe tedesca che si attribuì il merito di aver svolto un ruolo logistico “essenziale” per il successo della missione, rivendicò l'affondamento di quattro navi e il danneggiamento di altre due, per un totale di 27.000 tonnellate di naviglio nemico messo “fuori combattimento”, mentre gli inglesi sostennero che la temeraria incursione non aveva provocato alcun danno: le reti anti-siluro avevano fermato i sei siluri che potevano andare a segno, mentre quattro dei siluri sganciati andarono perduti o comunque non provocato alcuna detonazione. Secondo la Royal Navy, “nessuna imbarcazione era affondata nella notte tra il 4 e il 5 giugno del 1944”, solamente due navi, non meglio identificate, avevano subito lievi danni.
Nelle pubblicazioni dedicate alle temerarie azioni compiute dal Gruppo Aerosiluranti dell’ANR e dalla squadriglia “Buscaglia/Faggioni” nel 1944, gli storici e i giornalisti risultano in disaccordo sul risultato ottenuto dalla formazione di SM79, che potevano essere considerati dei mezzi ormai antiquati per capacità e inadeguati per qualsiasi azione di guerra che non fosse condotta in notturna, considerata la superiorità aerea conquistata dagli alleati, che pure potevano avvalersi, al pari dei tedeschi, dei “cacciatori notturni” dotati di apparati radar.
Secondo i detrattori dei pochi successi di guerra riportati dall’ANR, i quali si avvalgono di minuziose ricerche e controlli incrociati da fonti ufficiali alleate, tedesche e italiane, si evincerebbe come il Gruppo Aerosiluranti abbia ottenuto ben poche vittorie nell’ultimo anno del conflitto mondiale, e c’è chi afferma invero che il successo di questo temerario gruppo possa essere ridotto a uno solo: durante il ciclo di missioni partite da Atene nel 1944, ovvero il “siluramento di un piroscafo inglese”, danneggiato gravemente ma non affondato. Il gruppo continuò a combattere fino alla prima settimana di gennaio del 1945, patendo 15 abbattimenti e la perdita di 12 aerosiluranti, di cui 8 distrutti a terra durante i raid della caccia e dei bombardieri degli Alleati.
Tralasciando ogni controversia, è un fatto che la missione del 5 giugno 1944 non influì minimamente sulle sorti della guerra, non distrusse flotte e probabilmente non provocò in vero alcun danno alla base navale di Gibilterra, ma come altre missioni senza successo dimostrò ancora una volta che un manipolo di coraggiosi, a
fronte di una guerra ormai perduta, poteva ancora esibire una tale audacia da decollare verso il buio e il territorio nemico, volando radente sul mare, con la morte paro a paro e la paura sempre un passo dietro.</