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Special Ones

Fa 700 km nella giungla e un cane randagio lo segue fino in Svezia

Nell’inferno verde dell’Ecuador, un randagio ferito sceglie un atleta. E da quel giorno non lo lascia più: una storia che è diventata un film

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La foresta amazzonica se ne sbatte solennemente. Non concede tregue, e nemmeno sconti: inghiotte le caviglie nel fango, impone fiumi da guadare a nuoto, innalza montagne che sembrano fatte apposta per fiaccare anche i più temprati. È in questo scenario, nel novembre del 2014, che il Team Peak Performance della Svezia affronta la Adventure Racing World Championship, una delle competizioni più estreme al mondo, cultrice di un’ossessione tutta particolare: quella per il limite umano spinto fino alla soglia più remota. Alla guida della squadra c’è Mikael Lindnord, capitano di lungo corso, reduce da quasi due decenni di corse d’avventura e da un titolo conquistato in Costa Rica quattro anni prima. Con lui corrono la moglie Helena, Simon Niemi e Staffan Björklund. Il traguardo dista settecento chilometri, e a separarli da quell’obiettivo si frappongono giungle intricate, alture e spianate in cui il passo affonda.

Al quarto giorno di gara, in un checkpoint dove i concorrenti recuperano fiato e forze, Lindnord apre una scatoletta di carne. Un instante dopo avverte uno sguardo puntato su di sé, si volta, e scopre in un angolo un cane randagio dal pelo incrostato di sangue, il corpo segnato da ferite che raccontano, senza bisogno di parole, una vita di abbandono e di percosse. Gli lancia una polpetta. È un gesto minimo, quasi meccanico. Ma il cane, che porta ancora addosso i segni di uno stento antico, decide in quell’istante di arruolarsi in una battaglia che non è la sua.

Lo chiamano Arthur, come il re. E Arthur, da quel momento, non si stacca più dalla squadra.

Segue il team per tutto il resto del percorso, che è poi il resto del viaggio: si arrampica dove il fango vorrebbe trattenerlo, affronta il fiume a nuoto, si lascia issare a bordo del kayak quando le energie non bastano più. In un momento della traversata si tuffa di nuovo in acqua per rincorrere un pesce, e la squadra perde minuti preziosi nel tentativo di recuperarlo. Ma nessuno, ormai, pensa più di lasciarlo indietro: Arthur è diventato il quinto membro di una squadra che non lo aveva scelto, e che ora non sa più immaginarsi senza di lui. Lindnord lo racconterà più avanti, con la sobrietà di chi ha vissuto un prodigio: non riesce a spiegarsi come abbia fatto, quel cane, a resistere a tutto questo.

Il traguardo arriva, e con esso la domanda che nessun regolamento di gara prevede: che ne sarà di Arthur? Per Lindnord e i compagni la risposta è immediata. Il cane ha bisogno di un veterinario, di cure, di una casa. Comincia così una trafila complessa, che coinvolge due governi, una raccolta fondi lanciata dalla stampa svedese, l’attenzione di una campagna social e persino il ministero degli Affari sociali ecuadoriano. Le fotografie di quel randagio dallo sguardo fiero, ferito ma indomito, fanno il giro dell’Europa. Nella primavera del 2015 Arthur atterra in Svezia, a Örnsköldsvik, a meno di cinquecento chilometri dal Circolo Polare Artico: dalla giungla equatoriale al freddo nordico, un salto di mondo che è insieme un salto di destino.

Da qui la storia si moltiplica e si trasforma. Diventa un libro pubblicato in ventitré paesi, un documentario prodotto da ESPN, e infine un film, “Arthur the King”, con Mark Wahlberg nei panni di Lindnord. Ma si trasforma anche in altro, forse più duraturo ancora: una fondazione, un impegno concreto per il benessere animale in Ecuador, la spinta decisiva verso una legge nazionale che porta inciso il nome di Arthur senza scriverlo mai per esteso.

Arthur muore l’8 dicembre 2020, in Svezia, accanto alla famiglia che lo aveva scelto tanto quanto lui aveva scelto loro, in quel checkpoint amazzonico dove tutto era cominciato. Se n’è andato un cane. È rimasta una storia: quella di un randagio che, in mezzo al fango e alla fatica più estrema, ha insegnato a un campione del mondo che certe vittorie non si misurano in classifica, e che i sogni più grandi, a volte, arrivano a quattro zampe.

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