Circola anche la data entro la quale la giunta del Coni sarà chiamata ad emettere il verdetto sul caso dell’elezione di Malagò a numero uno del calcio italiano. È quella dell’1 ottobre, 24 ore prima di Francia-Italia secondo appuntamento della Nations a cui deve presentarsi la Nazionale del ct Mancini, nominato dallo stesso Malagò. Basterebbe questo semplice dettaglio per cogliere il rischio che non solo il calcio italiano ma tutto lo sport tricolore corre nei prossimi giorni in materia di credibilità e affidabilità. La questione, come molti sanno e taluni fanno finta di non capire, è l’ennesimo tentativo di disarcionare Malagò eletto a grande maggioranza prendendo spunto da una questione formale (il mancato tesseramento in Figc all’atto della presentazione della candidatura) per procedere all’eventuale commissariamento. «Ho subito attacchi dal fuoco amico, da persone che hanno avuto non solo la mia amicizia, ma anche il mio supporto» ha ieri commentato Malagò. Sul tema da dottor Sottile o azzeccagarbugli, si sono pronunciati in due: il procuratore di via Allegri Chinè che ha disinnescato il rischio citando precedenti in materia e il procuratore del Coni Taucer che ha invece investito, respingendo la richiesta di archiviazione, la giunta del Coni. Il presidente Buonfiglio sembra il più sensibile nella battaglia sul «rispetto delle regole» mentre risulta almeno pittoresco lo schema secondo cui tra le opposte opinioni di due esperti del ramo, ad esprimersi sia alla fine un organo politico. Ecco l’altro vulnus della vicenda: il sospetto che dietro tale rigore improvviso ci sia la manina della politica che non ha mai visto con simpatia l’ascesa di Malagò passato dai trionfi di Milano-Cortina al calcio in qualche mese. Dimenticando un fattore fondamentale: non è stato Malagò a proporsi per il ruolo ma la Lega A a muoversi in anticipo, prima della figuraccia con la Bosnia, per ottenere la disponibilità a succedere a Gravina.

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