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Storie

Andy Diaz: “Noi italiani veri. Fiero di saltare per il Paese che mi ha accolto”

Dall’Avana all’asilo politico, l’azzurro campione europeo di salto triplo Andy Diaz si racconta. E sogna il record del mondo

Un salto sul mondo

Triplo, tricolore e allegria. Se fosse rimasto a Cuba, dove lo considerano un «disertore», Andy Diaz sarebbe ancora un elettronico e farebbe la fame, con ciò che resta della Rivoluzione. Da italiano integrato, è fresco campione europeo del triplo con record italiano (18.15), bronzo olimpico e iridato indoor. A Birmingham il trentenne finanziere ha sfiorato lo storico record mondiale del britannico Jonathan Edwards (18.29 del 1995) ma ci riproverà domani a Losanna, se non ad inizio settembre. La storia di Andy è una felice esperienza d’integrazione.

Andy, i protagonisti di quest’Italia dello sport olimpico sono sempre più figli di un’Italia multietnica.

«Siamo tutti ragazzi che stiamo bene insieme. Non abbiamo problemi con nessuno, parliamo di tutti gli argomenti, ci godiamo la trasferta. La nazionale di atletica è fortissima, con un bell’ambiente. Non soltanto a livello di risultati, ma anche umano, italiani veri».

Culture diverse, italiani di seconda generazione: cosa avete in più?

«Siamo tutti allegri, il che aiuta nei momenti in cui magari il risultato non esce, un po’ cambia l’umore. Ci si gioca un anno di lavoro nella gara più importante e se non riesci a esprimerti al meglio in squadra ci si aiuta lo stesso».

Lei lasciò l’Avana nel 2021 e fu accolto a Roma da Fabrizio Donato: all’inizio si sentì straniero diverso tra noi?

«A Cuba mi dicevano che non avevo il talento, che ero scarso, e mi ero ritrovato a fare la scuola di elettronica. Cinque anni fa arrivai in Italia e con me avevo solo un paio di scarpini da atletica e la determinazione di allenarmi con Fabrizio, che mi aprì la sua casa, per poter rimanere ad alto livello. A Roma le persone che avevo intorno mi hanno fatto sentire a casa. Non mi sono sentito sbagliato, o che non fossi italiano. Volevo diventare un campione, però quando tu arrivi in un posto nuovo per la prima volta non sai quello che ti riserva il destino. La mia fortuna è stata trovare Fabrizio: la mia guida, il mio leader, colui che mi ha aperto la porta della sua casa. Non tutti lo fanno. Questa accoglienza mi ha permesso di avere questi risultati. Tutto questo lo devo a lui, che ringrazio in ogni gara, in ogni momento».

Come vive invece quando un immigrato arriva in Italia e si comporta male, sbaglia e crea problemi?

«Sbagliano un po’ tutti, non soltanto gli immigrati, purtroppo. Di sicuro lo sport aiuta ad avere una migliore integrazione, dà l’esempio ed è più avanti. Non tutti hanno avuto la mia fortuna, non tutti trovano una persona nella vita come il mio allenatore, non tutti hanno il mio carattere. Anche questo, il carattere, mi ha aiutato un po’ a trovare migliori amicizie, a frequentare persone perbene, ad avere un miglior rapporto con le persone. Non tutti siamo così, purtroppo».

Lei a Tokyo 2021 fece l’ultima gara olimpica da cubano, da italiano centrò la medaglia nella prima gara olimpica a Parigi e un anno fa sempre ai Mondiali di Tokyo, il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani la nominò ambasciatore italiano dello sport. Che effetto le fa quando ricorda questi due momenti?

«Quando pronuncio la parola Italia non penso ad altro se non a ringraziare. L’Italia ti fa sognare ma ti dà anche l’opportunità di realizzare i sogni. Quando sono arrivato non pensavo sarei riuscito a realizzare tutte le imprese a partire dal bronzo olimpico di Parigi. È stato davvero inaspettato quel titolo che mi ha dato il ministro, un orgoglio doppio per me. Rappresentare l’Italia è un impegno e uno stimolo in più anche a comportarsi bene».

Ha preso qualche iniziativa?

«Finora il mio lavoro è stato rappresentare l’Italia al massimo in tutte le mie manifestazioni internazionali. Devo dimostrare che noi italiani sappiamo fare bene, abbiamo dei talenti, rappresentiamo sempre il nostro tricolore nel mondo, che è quello che conta di più».

Siete sempre di più: ad esempio la nuotatrice del momento, Sara Curtis, ha detto che il suo sogno è andare a parlare all’Onu. Lei cosa racconterebbe di Cuba e dell’Italia?

«Andrei se è necessario, ma non penso sia il mio campo... Questa carica è una responsabilità in più perché so, e ora lo sanno anche gli altri, che posso fare grandi cose. Questo è il mio lavoro. Da adesso in poi l’importante è continuare, cercare di non deludere le persone che tengono a me e al mio risultato».

Sua mamma lavora in una pescheria a Roma, è riuscito a portare qui anche sua nonna, la definisce il suo portafortuna.

«Lo faccio anche per loro».

E se pensa alla Cuba di questi giorni tra blackout e fame?

«Ogni gara ci penso, cerco di aiutare il resto della mia famiglia il più possibile anche a livello economico per fare in modo che abbiano del cibo, abbiano dell’elettricità attraverso i dispositivi a batteria per illuminare la casa, o i pannelli solari. Cerco di aiutare i miei familiari nel migliore dei modi visto che non possono venire in Italia».

In Italia si sente davvero felice?

«Sì, assolutamente, è il Paese più bello del mondo come ci diciamo con mia mamma. Gli italiani sono i latini d’Europa, quindi caratterialmente noi siamo uguali. Perciò mi sento sempre più italiano, accolto veramente come un figlio e quindi grato di tutto ciò».

Si sta godendo l’oro europeo?

«È un salto che stavamo cercando, ma comunque con la stessa tecnica, con la stessa idea che ci siamo prefissati all’inizio dell’anno: correre il più veloce possibile e più tranquillo. Riuscire a farlo sembrare facile: ci sono riuscito».

È l’estate azzurra degli sport olimpici e lei ha realizzato anche una grande prestazione tecnica.

«Ne vado fiero, abbiamo vinto tante medaglie con i ragazzi di seconda generazione, e solo Duplantis nell’asta ha fatto una prestazione tecnica più importante. Ma non mi fermo soltanto a queste misure, voglio il record mondiale».

Losanna è la città olimpica...

«Sarebbe perfetto se succedesse proprio lì: proprio una bella cosa».

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