Ma poi, alla fine, a qualcuno frega più degli atleti? Perché sarebbero loro i protagonisti dello show, ma lo sport è diventato talmente debordante che sono i primi a pagare il conto. L’ultimo della serie, tanto per dire, si chiama Jannik Sinner. Insomma, facciamoci caso: il tennis senza il futuro ex numero uno del mondo (entro fine anno lo diventerà Zverev) è tutta un’altra cosa. L’altro grande malato del 2026 Carlos Alcaraz si è affrettato a mandargli gli auguri, con un «tornerai più forte di prima». Ma è possibile? Come scritto ieri sul Giornale, nel tennis non è tanto la quantità ma la qualità che sta danneggiando i suoi eroi: tipo di gioco, superfici, materiali, palline, tornei sempre più ricchi ma sempre più lunghi. Mentre in altri sport è la gara all’abbondanza a far diventare l’agonismo un girone dantesco. Per intenderci: prima il business, poi per lo show vediamo chi c’è.
Gli esempi sono sempre più evidenti. Il calcio ha appena finito un tour de force di Nations League - «quattro partite così di livello in dieci giorni sono un’assurdità» ha sentenziato il Ct Mancini - giusto dopo un Mondiale extra large a 48 squadre (che se Infantino sopravviverà come padre padrone della Fifa nel 2030 diventeranno 64). Nel frattempo il nostro campionato riparte sabato con un calendario, coppe comprese, che in 30 giorni ha solo due spazi liberi: lunedì 26 e venerdì 30 ottobre, ma perché quella settimana è in programma il turno infrasettimanale. Poi c’è il resto: la F1 che dopo la Malesia, domenica scorsa, è già a Singapore e l’anno prossimo metterà in scena 24 gare più 10 sprint, idem la MotoGp, ha corso in Giappone e ora è in Indonesia, 40 gare tra Gp e miniGp, e ieri ha annunciato che le Sprint avranno qualifiche dedicate: doppie pole dunque e doppi rischi. E poi c’è il basket, squadre come l’Olimpia Milano e la Virtus Bologna: 30 partite in Italia, 38 in Eurolega che dal 2027 saranno 46, il tutto più i playoff.
Continuate voi: è tutto quanto fa spettacolo. Hanno ucciso l’intervallo: nessun tempo per allenarsi, per svuotare la mente, per curarsi le ferite. È la Hollywood dello sport: Tv bulimica, Vip in tribuna, aziende invasive, ricchi premi e cottilon per il pubblico. Perfino GP con le macchinine a mattoncini («Siamo piloti, non pagliacci» disse schifato Max Verstappen, ma fu subito riportato all’ordine ricordandogli il suo ingaggio milionario). Poi ci siamo noi, che vogliamo sempre di più.
Citius, altius, fortius: più veloce, più alto, più forte, dice il motto delle Olimpiadi. Che già nel 1996 - titolò un geniale collega - diventò a cinque tappi dopo che il Cio la assegnò ad Atlanta (sede dello sponsor), piuttosto che celebrarne il centenario ad Atene. Da lì il diluvio. Oggi i nostri eroi si spezzano (i calciatori, sempre più spesso), si infiammano (Sinner e il suo ginocchio), cascano (la MotoGp è prontuario ortopedico). Ma soprattutto non reggono più lo stress psicologico, in campo e fuori. Un recente studio citato su PubMed fatto con 313 tennisti in attività di vario livello ha riportato in un terzo delle risposte sintomi depressivi clinicamente rilevanti. Da quello all’infortunio (e alla sua gestione) il passo secondo gli esperti è breve. Lo stesso Alcaraz tempo fa fu esplicito: «Ci stanno uccidendo»; e riguardo alla F1 a 24 gare, Charles Leclerc disse: «È come se le Olimpiadi si tenessero ogni anno». Occhio, che poi magari
