Nella lingua quechua, quella parlata sulle Ande, non esistono consolatorie scorciatoie. Le cose vengono chiamate esattamente per quello che sono e allora a questa montagna qua - una piramide di roccia e ghiaccio a 6.034 metri, in Perù - affida il nome di “Tocllaraju”, ossia “trappola di ghiaccio”. Sfidarla significa acquistare un biglietto prioritario per mettere a repentaglio la propria vita.
Oliver Kaspar, ventidue anni, toscano, quella trappola la sceglie consapevolmente, a primi del mese di luglio. Il suo assomiglia ad un atto di resistenza contro il tempo storto in cui viviamo, fatto di scorciatoie e conquiste apparenti. Kaspar, infatti, non cerca la via più semplice, perché la facilità per certi alpinisti è un tradimento. Vira, piuttosto, per la solitudine assoluta: nessun portatore, nessun mulo, nessun compagno di cordata. Solo lo zaino sulle spalle, due giorni di cammino, un campo allestito a 5.100 metri, sospeso tra la fatica e il vuoto.
E dalle sue parole, affidate ai social, trapela il senso più profondo di quella decisione: "Agii d'impulso. Sentii il richiamo magnetico che la sua forma esercitava su di me". Non è la retorica dell'impresa fine a sé stessa, ma il bisogno, tipico di certe generazioni che sembrano aver smarrito ogni bussola e che invece la ritrovano proprio nel gelo di una montagna severa, di misurarsi con l'essenziale. "La parte razionale era preoccupata", ammette lui stesso, "in fondo, però, l'essere completamente da solo mi riempiva l'animo di fuoco”.
La partenza è all'una di notte, sotto un cielo terso che pare promettere clemenza. Ma la montagna se ne sbatte sonoramente, e non promette mai nulla: osserva, e aspetta. Kaspar racconta di essersi sentito guardato, quasi cacciato, come accade solo nei momenti in cui la natura smette di essere sfondo e diventa presenza viva. I crepacci, nella prima parte della salita, impongono deviazioni continue e insinuano dubbi ad ogni passo, fino a diventare gli unici e infidi compagni di cordata possibili.
Più sali, il vento si fa beffardo, trasformando lo zaino in una vela che sposta continuamente il baricentro, come a voler ricordare all'uomo quanto sia precario il suo equilibrio, fisico e non solo, di fronte all’immensità. Poi, sotto quota seimila, arriva il muro. Un’inclinazione a settanta gradi di coltre nevosa compatta e ghiaccio: la sezione chiave, il luogo dove la tecnica smette di bastare e comincia la resa dei conti con sé stessi. È il passaggio più alto, in senso letterale e figurato. Stare appesi alle piccozze, il vuoto sotto i talloni, non è coraggio, svela Kaspar, ma "una dichiarazione d'amore verso il Toc". Un'espressione che meriterebbe di entrare nel lessico dell'alpinismo contemporaneo, perché ribalta la narrazione muscolare dell'eroismo in favore di un afflato quasi religioso: si va in montagna, da soli, senza rete, non per vincere ma per amare fino in fondo, senza riserve, senza seconde possibilità.
La vetta, quando arriva, si presenta con il suo corredo di lacrime: di gioia, certo, ma anche di freddo, perché anche l'emozione, in quota, si misura in gradi sotto lo zero. "Grazie, Toc!", sussurra Kaspar alla montagna che lo ha messo alla prova e lo ha lasciato passare.
A soli 22 anni, Oliver consegna così all'alpinismo italiano un'altra pagina che va ben oltre il dato cronometrico o altimetrico.
È la testimonianza di una generazione che, in un tempo di conquiste apparenti, sceglie ancora la fatica vera, il rischio calcolato ma non negato, la solitudine come forma suprema di conoscenza. Il Tocllaraju resta una trappola di ghiaccio. Ma per chi sa amarla, come Kaspar, diventa anche una porta.