Il Sud arraffa anche l’esercito dei volontari

Formano un esercito di 28mila giovani. Ma a differenza dei fanti che si mescolarono nelle trincee forgiando l’Italia, i volontari del servizio civile sembrano dividerla. Sono meridionali e, soprattutto, stanno al Sud. Sempre di più al Sud. Lavorano per i comuni, per le province, per le comunità montane, per una miriade di enti e di progetti, ma più si osserva la carta geografica del loro impegno e più si nota uno squilibrio incomprensibile. I conti non tornano. Siamo davanti a una realtà sconosciuta, sottoposta a gravi distorsioni. «Un mondo clientelare, zeppo di sprechi, inefficienze e paradossi», spiega al Giornale Claudio Di Blasi, obiettore storico e attento studioso del fenomeno.
Formalmente è l’Unsc, l’Ufficio nazionale servizio civile, a decidere la destinazione dei volontari. Che inspiegabilmente vengono reclamati sempre dal Sud. E partono per il fronte meridionale: la Campania, la Sicilia, il tacco dello stivale.
Sono i numeri a dirlo: il 57,30 per cento delle posizioni del «bando nazionale» sono al Sud e nelle isole. Questo vuol dire che i 172 enti (al 31 dicembre 2008) iscritti all’Albo nazionale concentrano le loro richieste fra Napoli e Palermo. Strano. Perché stiamo parlando di assistenza agli anziani, accompagnamento dei ciechi, come il Giornale ha già documentato ieri, lotta alla povertà, persino di cineclub per cinefili. Strano, perché stiamo parlando dell’Avis, delle Pro loco, della Caritas, delle coop, delle onlus. Un calderone dove c’è tutto e il contrario di tutto, anche il retrobottega della politica, tranne la razionalizzazione dei flussi.
Un po’ più equilibrata la ripartizione degli uomini per i bandi di competenza delle regioni (con altri 3.608 enti a trazione locale). Qui al Sud vanno «solo» il 48,66 per cento dei «soldatini». Ma nell’insieme, il Nord è discriminato. E non di poco: nei luoghi dove vive il 45,48 per cento dei residenti in Italia sono disponibili solo il 26,64 per cento delle posizioni di servizio civile. Anzi, se si sta al bando nazionale (quello per cui concorrono i 172 enti) il Nord è ulteriormente penalizzato con una percentuale, mortificante, del 21,28 per cento. E solo grazie alle Regioni il Nord sale al citato 26,64 per cento. Altro che unità d’Italia: è il Sud che mangia il Nord.

I numeri possono apparire aridi, ma questo significa che ci sono zone d’Italia dove c’è abbondanza, o comunque una discreta disponibilità di posti. E quindi una presenza capillare di volontari che aiutano i non vedenti, assistono i vecchi, svolgono lavori di grande utilità per la collettività. E altre zone del Paese che, inspiegabilmente, sono a secco di risorse. Le regioni più penalizzate sono il Veneto e la Lombardia che pure fu la culla dell’obiezione di coscienza. Campania e Sicilia, altrettanto misteriosamente, hanno nel loro territorio il 33,37 per cento dei volontari. Insomma, un obiettore su tre in Italia sta fra Napoli e Palermo. Il meccanismo è sempre lo stesso: l’ente propone il progetto, Roma lo approva, l’Italia si allunga. Possono esserci motivazioni diverse nella vittoria del Sud: un’applicazione più elastica della legge - per esempio nella concessione dell’accompagnamento ai ciechi - una struttura clientelare, l’idea di utilizzare il servizio civile come valvola di sfogo per tamponare la disoccupazione giovanile, infine anche l’emergere di bisogni concreti. Però le «truppe» dei volontari si concentrano in poche zone. In Campania l’Arci mobilita 467 giovani sul totale nazionale di 1.612. Ovvero una percentuale del 28,97 per cento. E la Caritas addirittura 579 su 1.038. Quindi il 55,78 per cento. Persino il Cineclub Procida dispone di un vero e proprio esercito: 89 volontari di cui 71 in Campania.
C’è dunque qualcosa, e più di qualcosa che non quadra, perché i ciechi, i vecchi, gli emarginati e poi i centri culturali e i circoli ricreativi sono sparsi in tutta Italia. Ma l’Italia per questo carrozzone, guidato dall’ex parlamentare dell’Udc Leonzio Borea, sembra cominciare a sud di Roma. E curiosamente proprio la provincia in cui risiede Borea, Salerno, è la capitale del servizio civile. Come mai? A Salerno, per capirci, c’è un volontario ogni 1.390 abitanti, a Milano uno ogni 9.938, a Torino uno ogni 9.652.
Certo, il miraggio di uno stipendio, 434 euro al mese, può essere una calamita più forte nelle regioni storicamente più arretrate. Ma il difetto sta nel manico. E così nell’Italia che predica il federalismo in tutte le salse, ecco affacciarsi una nuova fonte di differenze e diseguaglianze non da poco. Un volontario costa allo Stato circa 5.700 euro l’anno. In tutto fanno, nel solo 2009, 269 milioni di euro. Risorse che per lo più prendono, senza una spiegazione plausibile, la strada del Sud. L’Unsc è un po’ un vigile che da Roma dirige il traffico. A senso unico o quasi.

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