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Teatro

“Cost of living” da Pulitzer. La disabilità si prende la scena

Debutta in Italia la pièce della drammaturga polacco americana Martyna Majok, premiata nel 2018: l’opera apre la stagione del teatro, da oggi al 28 novembre con la regia di Raphael Tobia Vogel

Martina Sammarco e Filippo Lai in Cost of Living di Martyna Majok. Regia di Raphael Tobia Vogel
Martina Sammarco e Filippo Lai in Cost of Living di Martyna Majok. Regia di Raphael Tobia Vogel

Il costo della vita, in verità, non ha un prezzo reale e non ha a che fare con beni o servizi, trattandosi, eventualmente, di un prezzo etico, il cui valore andrebbe inteso nel suo significato esistenziale. La vita è un dono e non una merce, non ha, insomma, un costo da mercato. Per Pirandello era tutto molto più semplice: «La vita o si vive o si scrive». Non è proprio così, perché la vita ha sempre un valore che spetta a noi dare specie quando si ha a che fare con la vita di chi è «diversamente abile». Martyna Majok, autrice polacca-americana, è salita alla ribalta mondiale col testo «Il costo della vita» scelto da Raphael Tobia Vogel per l’inaugurazione della nuova Stagione del Parenti, in scena da oggi al 28 novembre.

Il giovane regista che ama cimentarsi con novità internazionali, ha, più volte, optato per indagini problematiche come il rapporto dell’uomo con la malattia, con la sopravvivenza, con la disabilità, temi ricorrenti nella programmazione scelta da Andrée Ruth Shammah. Vogel è entrato a gamba tesa su simili argomenti, cercando di scardinarli dal di dentro, favorito, in questo caso, dalla scrittura minimalista dell’autrice, fatta di brevi e intensi dialoghi, a volte ironici, a volte angoscianti, spesso commoventi. Nella scena, ideata dalla geniale Margherita Palli, si muovono quattro personaggi interpretati da Sara Bertelà, Filippo Lai, Pietro Micci, Martina Sammarco, tutti hanno sperimentato «il costo della vita», si tratta di Eddie, Ani, John, Jess, tutti hanno vissuto in una zona marginale perché hanno avuto, ciascuno a suo modo, bisogno dell’altro a causa di malattie che li hanno resi dipendenti. Sono storie simmetriche, apparentemente simili e che, in prospettiva, mostrano due facce della stessa verità, a volte, in forma dialettica, come quella del servo-padrone, nel caso di Jess e John, specie se il problema è di carattere economico. John è uno spastico che non vuole essere chiamato «diversamente abile», è ricco ed è stato lui a scegliere Jess per accudirlo non avendo fiducia nelle agenzie. Sono entrambi laureati, ma nel loro caso, la cultura non serve per risolvere i problemi dell’assistenza, anzi finirà per complicarli, perché, il vero problema, consiste nel rapportarsi con un corpo che non risponde alle sollecitazioni di chi lo assiste, un corpo che mette a disagio e che, quando lo tocchi, sente che la vita torni a sorprenderlo. John sa di avere una paralisi cerebrale, ma è convinto che «noi siamo la nostra disabilità», non per questo, intende rinunziare alla vita. La storia di Ani ed Eddie è diversa. Si tratta di una coppia che stava per divorziare solo che Eddie non si sentiva di abbandonare Ani nella sedia a rotelle con una lesione midollare molto grave, così ha deciso di starle accanto fino alla scomparsa. Raphael Tobia Vogel ha preferito, come modello di indagine registica, il tema della prossimità, convinto che proprio la prossimità sia il vero motore dell’etica della responsabilità e che si rimanga persona anche quando il corpo è colpito da alterazioni. Non per questo le differenze vanno annullate, bensì vanno assimilate affinché non permettano di fare perdere l’autenticità.