Un giovane attore misteriosamente sequestrato. Un personaggio dal volto bianco, con piglio diabolico si muove attorno a lui e lo interroga. L’aspetto di questo carceriere evoca l’inquietante Robert Blake di «Strade perdute» di David Lynch. Il suo volto, però, è quello carismatico di James Franco. Star hollywoodiana in film blockbuster come la saga di «Spiderman» ma anche interprete di pellicole indipendenti e di piéce teatrali intense, l’attore californiano è in Italia per una tournée del suo «Desert Films», al Teatro Menotti fino a domenica. Sullo sfondo della storia - nella quale sono presenti anche l’attore Blaine Kern, il soprano Eli Papadiamanti e il pianista Konstantinos Diminakis - c’è il rapporto di Franco con la macchina dei sogni. «Per me Hollywood è più un’ossessione da decifrare che una tentazione. Ho sempre letto molto dei film del passato e non solo, delle star e dei registi storici. Sono cresciuto con attori che chiamo eroi: James Dean, Marlon Brando, River Phoenix, Benicio Del Toro. Amo profondamente l’arte e il mestiere del cinema. Ma la vicinanza a Hollywood può davvero bruciare». In una storia di rapimento, la metafora è chiara: Hollywood non è riuscita a sequestrare James Franco. «Ma il rischio c’è stato spiega l’attore - Da giovane non sapevo come dare una rotta alla mia carriera, non sapevo chi ascoltare. Volevo essere un artista, ma l’equilibrio con il business di Hollywood era complesso. A 27 anni scoprii che c’erano molte cose da fare, oltre al mestiere di attore: ho scritto, diretto. Resta il fatto che per usare Hollywood la si deve anche temere». Il passaggio in Italia per James Franco è speciale: «Qui ho girato anche un film, Hey Joe di Claudio Giovannesi. L’Italia da sempre esercita su di me un fascino potente. Senza contare che a Milano, al negozio Antonioli, ho potuto lanciare il brand di abbigliamento pensato con Kyle Lidngren, Paly».
