Ore 20.30. All’alzata del sipario, il teatro di Pisa saluta Carmen di Bizet in un clima raccolto. Sul podio c’è Beatrice Venezi, la direttrice d’orchestra che dal ottobre sarà al timone della Fenice di Venezia: una nomina che coro e orchestra della Laguna hanno bocciato all’unanimità. Se nella Serenissima il clima è di tempesta, è andata decisamente meglio a Pisa, Carmen s’è conclusa oltre la mezzanotte dunque riferiamo della prima parte.
Fuori c’erano addirittura i carabinieri; in sala si è vista qualche spilla – simbolo della protesta anti-Venezi – portata a mo’ di bracciale delle maschere. E qualche abbonato ha preferito saltare la serata: il teatro era però tutto esaurito, lo stesso per domani e la prova generale di mercoledì scorso. A Pisa, questa è una notizia.
C’è però chi invita a una riflessione. Tra questi il direttore d’orchestra Marco Lanzetta, docente al Conservatorio di Firenze e fondatore dell’Orchestra da Camera Fiorentina, ieri in buca. «I professori d’orchestra si sono trovati bene con Venezi: ha fatto un ottimo lavoro, conosce Carmen a fondo, potrebbe dirigere tranquillamente anche all’Opera di Firenze». Lanzetta conosce Venezi da tempo: 15 anni fa la direttrice partecipò a un suo corso di perfezionamento a Fiesole. «Il problema non è una direttrice d’orchestra, giovane o donna che sia.
Le vere questioni stanno altrove. La solidarietà non sta nell’indossare o meno la spilla della protesta, che i miei musicisti hanno evitato. Sta nel comunicare a chi amministra che le orchestre vanno sostenute, e non chiuse». Nel sistema teatrale italiano, osserva, il potere reale è esercitato da figure amministrative spesso prive di competenze musicali. «Ci sono sovrintendenti che non sanno se Beethoven è vivo o morto, eppure prendono decisioni cruciali, oltre che lauti stipendi.
Poi, se qualcosa non funziona, si punta il dito contro chi sale sul podio». Lo scandalo, conclude Lanzetta, è un altro. «Vedo diplomarsi direttori bravissimi che però poi non lavorano, perché le orchestre chiudono o pagano il minimo. Ci riempiamo la bocca di giovani e meritocrazia, e poi li lasciamo fuori». Intanto gestioni sbagliate portano i teatri «al baratro economico. Penso alla penultima sovrintendenza dell’Opera di Firenze».
Al netto delle tifoserie, e al di là delle riflessioni su un sistema orchestrale in crisi, resta un fatto concreto.
Cosa sperimentata da grandi direttori alla Scala (che per questo se ne sono andati).