Aspettando la finale di Sinner a Monte Carlo, il telecomando è capitato ieri sulla replica di un’altra finale, quella del 2008 a Wimbledon. Una partita epica, che segnò l’interruzione del regno di Roger Federer per mano di un giovane Rafa Nadal: il contrasto è stato quasi straniante, un po’ perché ci si rende conto che (solo) 18 anni fa si giocava un altro tennis, ma soprattutto per la telecronaca di Rino Tommasi e Roberto Lombardi (Gianni Clerici quel giorno chissà in che cosa fosse impegnato), voci di uno sport che non c’è più. Quel match, infatti, fu straordinario, uno dei più straordinari di sempre, eppure Rino e Roberto seppero (come al solito, direi) descrivere il momento storico con un tono di voce tanto garbato quanto emozionato. Unico.
Ecco, 18 anni dopo, lo sport è cambiato. E soprattutto è cambiato, purtroppo, il racconto: tutto, ma proprio tutto, è diventato unico, soprattutto nel calcio. La scorsa settimana, per esempio, se foste capitati su una qualsiasi partita di Champions League - dove, è noto, non ci sono più squadre italiane - avreste sentito decibel fuori livello per qualsiasi azione, da gol o anche no, tipo mercato del pesce nel momento della svendita finale. Con tutto il rispetto per il mercato, per il pesce e pure per la svendita; e soprattutto per i pochi commentatori che riescono ancora a non confondere passione con le urla scomposte. Qualsiasi evento, insomma, è ormai da fine del mondo, e la cosa si è ripetuta questo weekend per tutti i match del nostro campionato: ai Mondiali ci vanno gli altri, ma qui da noi però la serie A è il torneo più difficile del mondo, giusto no? Per carità: l’esempio si può tranquillamente allargare anche all’Nba di basket, piuttosto che alle telecronache di qualsiasi sfida di discipline magari considerate minori, ma non certo per il tono (per dire: l’isteria che circonda in campo, fuori e al microfono le partite di calcio a 5 è davvero insopportabile). Però è nel nostro sacro mondo del pallone che tutto è diventato fe-no-me-na-le, soprattutto quando non lo è.
E allora, quando diciamo che ci mancano tanto Rino, Gianni e Roberto, non è perché noi del tennis viviamo solo di nostalgia (un po’ anche, ma è l’età) o dell’arroganza da Numeri Uno (certi decibel, purtroppo, si sono alzati anche lì): lo diciamo perché oggi in Tv - e sui social, non a
caso - non si racconta più il calcio, ma si vende un prodotto come se si fosse al mercato. Anzi, lo si svende, anche un po’ sottocosto, nel racconto e non certo nel prezzo. E chissà mai perché poi arrivano certi risultati.