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Tennis

Tennis, una valle di lacrime. Ora il pianto di Roger e Nole

La gratitudine di Federer entrato nella gloria immortale della Hall of Fame; la disperazione di Djokovic subito fuori dagli UsOpen tra vomito e crampi, che dice di non aver mai odiato così questo sport

Novak Djokovic, of Serbia, reacts during the first round of the U.S. Open tennis championships against Mariano Navone, of Argentina, Sunday, Aug. 30, 2026, in New York. (AP Photo/Frank Franklin II) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Anche i fiori piangono, figuriamoci i tennisti. E anche in questo caso solo gli stupidi pensano che sia rugiada. Chissà se a Federer e Djokovic sia mai risuonata nelle orecchie questa frase di Jim Morrison, di sicuro sono appena entrati insieme in una valle di lacrime, loro che pensavano di essere rivali, quasi nemici, e che invece sono compagni, praticamente reduci. A braccetto, con gli occhi bagnati.

Uno piange di gratitudine, l’altro di disperazione, tutto a 24 ore di distanza, secondo un copione quasi mistico. Per esempio, Roger imbrigliato nei singhiozzi quando la moglie lo annuncia nella gloria immortale della Hall of Fame di Newport: «Al primo lui aveva vinto zero Slam. Zero. Lo ringrazio di essere stato così insistente, sono orgogliosa di lui e non per quello che ha fatto sotto lo sguardo di tutto il mondo, ma per quello che fa quando nessuno lo vede». Lacrime, irrefrenabili, e come si fa a resistere d’altronde se Mirka la dura («quella che gli ha insegnato a dire di no», ricorda qualcuno con perfidia) ti fa sciogliere come «marito, figlio, padre e fratello esemplare». E ti si scioglie anche l’aura, come quando hai vinto gli Slam migliori, toccando la fama con eleganza.

E poi caso strano il destino, perché l’uomo che ti ha fatto il dispetto più grande (Wimbledon 2019, quello dei due match point cancellati in finale) si ritrova allo stesso tempo indifeso contro lo specchio, finendo per sfogarsi in mezzo a una partita con un no mas a cui manca solo l’ultima parola. Djokovic contro Navone è stata una lenta agonia, con mali di stomaco isterici e un calo fisico che una volta sembrava impossibile: l’ultimo sussulto sul 2-1 e servizio del quarto set, a metà del quinto la crisi di pianto che segna un limite invalicabile. Diciamolo: la corsa all’elisir di eterna giovinezza prima o poi fa pagare il conto, eppure non volevo arrendermi: ho cercato di finire la partita. Devo capire dove posso arrivare così. Il serbo non perdeva al primo turno da 20 anni (Melbourne 2006), rischia di chiudere bottega con un set perso 6-1. Federer, per dire, uscì di scena con un 6-0.

È crudele la vita, eppure così meravigliosa perché riunisce due storie così. Perché, semplicemente, s’invecchia.

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