In un duro colpo per il caso degli Stati Uniti contro Khalid Shaikh Mohammed, la mente dietro gli attacchi dell’11 settembre di Al Qaeda, un giudice militare ha stabilito che le confessioni rese dal detenuto agli agenti dell’Fbi non potranno essere utilizzate contro di lui al processo perché ottenute sotto tortura. Lo riporta il New York Times.
I pubblici ministeri hanno definito gli interrogatori di Mohammed, svoltisi nel 2007 presso la base di Guantanamo, come l’elemento probatorio fondamentale per l’accusa. Dopo la sua cattura, avvenuta nel 2003 in Pakistan, Mohammed fu sottoposto a interrogatori brutali da parte della Cia in prigioni segrete all’estero e tenuto in isolamento totale fino al trasferimento a Guantanamo nel 2006.
Le confessioni all’Fbi escluse dal processo
L’accusa aveva escluso dal processo gli interrogatori condotti all’estero, ma per il giudice, il tenente colonnello Michael Schrama, neanche quelli avvenuti nella prigione di Cuba sono ammissibili. «L’accusa non è riuscita a dimostrare che le dichiarazioni rese da Mohammed all’Fbi fossero state rilasciate volontariamente», ha scritto Schrama nelle conclusioni della sua ordinanza di 45 pagine.
Il giudice ha citato diversi fattori, tra cui la «grave coercizione da parte della Cia», e ha rilevato che gli agenti dell’Fbi hanno deliberatamente omesso di informare Mohammed del suo diritto di rimanere in silenzio e di consultare un avvocato, nonché del fatto che le sue dichiarazioni avrebbero potuto essere utilizzate contro di lui in un eventuale processo.
La decisione potrebbe ritardare ulteriormente l’inizio del procedimento, qualora i pubblici ministeri decidessero di presentare ricorso. Proprio questa settimana, il giudice aveva fissato l’inizio del processo al 5 giugno 2028.
Gli altri detenuti in attesa di processo
Oltre a Khalid Shaikh Mohammed, al momento ci sono altri tre detenuti in attesa di processo per gli attacchi di 25 anni fa: Walid bin Attash, Mustafa al-Hawsawi e Ammar al-Baluchi.
Il primo, bin Attash, noto anche come «Padre della gamba» per aver perso un arto durante la guerra in Afghanistan contro il Fronte del Nord, è ritenuto uno degli addestratori dei dirottatori, oltre che uno dei maggiori esponenti di Al Qaeda. Secondo il governo americano, avrebbe preso parte all’attentato contro la USS Cole nel 2000 in Yemen e avrebbe collaborato all’organizzazione degli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania del 1998.
I processi contro di loro si trascinano da tempo, in particolare a causa della questione degli interrogatori condotti nei black site della Cia. Nel 2024 due dei quattro, bin Attash e al-Hawsawi, avevano raggiunto un’intesa giudiziaria dichiarandosi colpevoli in cambio della possibilità di evitare la pena di morte, ma l’accordo era stato successivamente annullato dall’allora segretario alla Difesa Lloyd Austin.
Un quinto detenuto, Ramzi bin al-Shibh, è stato giudicato non in grado di sostenere un processo e, per questo, il suo iter processuale è stato separato da quello degli altri. Al momento, per gli attacchi che costarono la vita a 2.976 persone, c’è un solo condannato: Zacarias Moussaoui.
Di cittadinanza marocchina ed entrato in Al Qaeda alla fine degli anni Novanta, Moussaoui avrebbe dovuto essere il ventesimo dirottatore degli attacchi al World Trade Center, ma venne fermato e arrestato nell’agosto del 2001 per aver violato le leggi sull’immigrazione. Oggi sta scontando sei ergastoli nel carcere di massima sicurezza ADX Florence, in Colorado, per la sua appartenenza alla cellula americana dell’organizzazione di Osama bin Laden.
