Nel sud della Thailandia la tensione è salita alle stelle. Nelle province di Pattani, Yala e Narathiwat, dove la maggioranza della popolazione è musulmana di etnia malese, gli attacchi dei gruppi separatisti contro il governo e la risposta delle forze di sicurezza hanno riacceso una vecchia crisi che Bangkok non è mai riuscita a chiudere. Il processo di pace portato avanti dalle autorità resta bloccato e a pagare il prezzo dell’insicurezza sono i civili, alle prese con attentati e capillari controlli militari.
Cosa succede nel sud della Thailandia
Negli ultimi mesi nel sud della Thailandia si sono susseguiti diversi attacchi ravvicinati. A luglio un assalto con armi da fuoco e bombe artigianali contro un posto di blocco a Narathiwat ha ucciso cinque membri delle forze di sicurezza e ferito sei civili, tra cui un bambino di dieci anni.
E ancora, ad agosto sono seguite oltre 50 azioni coordinate contro infrastrutture, uffici pubblici, torri delle telecomunicazioni e ferrovie. Nessun gruppo ha rivendicato le operazioni. Il principale movimento armato è in ogni caso il Barisan Revolusi Nasional (BRN), che punta all’indipendenza della regione. Parte della leadership si trova in Malesia, mentre le unità locali godono di ampia autonomia.
Le radici delle tensioni
Le radici della rivolta risalgono al sultanato di Patani, conquistato dal Siam nel 1786 e poi diviso dai confini fissati nel 1909 tra Thailandia e Malesia britannica. Nel Novecento Bangkok ha tentato di integrare le minoranze imponendo lingua e riferimenti culturali thailandesi, ma nel profondo sud il progetto si è scontrato con una popolazione legata alla lingua malese e all’islam.
La rivolta è quindi emersa negli anni Sessanta, si è indebolita negli Ottanta ed è ripartita nel 2004, durante lo scontro tra l’allora premier Thaksin Shinawatra e i vertici militari. Repressione e attacchi hanno innescato una spirale di violenza che Human Rights Watch ha quantificato in quasi 2.400 morti soltanto nei primi tre anni e mezzo di scontri.
I separatisti islamici
Ci sono da attenzionare due gravi situazioni. Da un lato il BRN sostiene di voler applicare la sharia nelle questioni che riguardano i musulmani. Dall’altro l’esercito thailandese è stato accusato di esecuzioni extragiudiziali, sparizioni e torture.
La legge marziale, in vigore dal 2004, permette di trattenere i sospetti fino a 37 giorni senza incriminazione. I colloqui avviati nel 2013 avevano ridotto le violenze, ma non hanno alla fine prodotto risultati concreti. Secondo Deep South Watch, nel 2020 ci sono stati 335 episodi violenti, 116 morti e 161 feriti. Nel 2025 le vittime sono salite invece a 523 in 608 incidenti.
La risposta del governo
Il partito conservatore Bhumjaithai ha vinto le elezioni di febbraio cavalcando il nazionalismo seguito alle tensioni al confine con la Cambogia, riportando al governo una maggioranza vicina ai militari.
Secondo quanto riportato dalla rivista Foreign Policy questo governo non sarebbe particolarmente disposto al compromesso, con il rischio che una simile postura possa esacerbare le tensioni.
Gli arresti e la repressione, in tutto questo, restringono lo spazio per una soluzione politica e spingono diversi giovani locali verso i gruppi armati islamici. Per Musulmani e buddhisti, nel sud della Thailandia, è sempre più difficile trovare valide forme di convivenza.