Il 13 febbraio 2025, nel pieno centro di Monaco di Baviera, l’afghano islamico Farhad Noori ha lanciato la sua Mini cooper bianca a tutta velocità contro la coda di un corteo di protesta organizzato dal sindacato dei servizi Ver.di, partecipato da circa 1.400 persone. Come ricostruito dal presidente del tribunale Michael Höhne, che lo ha condannato all’ergastolo senza possibilità di rilascio anticipato, Farhad N. ha agito “come uno spazzaneve” e “con assoluta volontà di annientamento”, lasciando dietro di sé una drammatica “scia di distruzione”. L’attentatore ha accelerato al massimo la vettura, arrestando la sua corsa solo a causa dei corpi rimasti incastrati al di sotto della stessa. Il bilancio è stato un massacro: hanno perso la vita la 37enne Amel S. e la sua bambina di 2 anni, Hafsa, travolte nel passeggino. Sono stati oltre 44 i feriti, molti dei quali gravi, dell’attentato islamico.
Farhad Noori è arrivato in Germania come minore straniero non accompagnato nel 2015 a seguito delle politiche delle porte aperte. Per anni la sua vita è stata apparentemente normale, segnata da un’autostima “fragile”, dalla costante “ricerca di approvazione”, da un impiego nel settore della vigilanza privata e dal culto del corpo alimentato da continue foto sui social network. Un profilo rimasto “superficialmente religioso” fino all’autunno del 2024, quando si è avvicinato alla propaganda fondamentalista diffusa in rete da predicatori radicali afghani. Convinto che l’Europa e gli Stati Uniti fossero i soli responsabili dei mali del suo Paese d’origine, l’islamico pretendeva persino dalla madre, rimasta in Afghanistan, un’adesione cieca all’Islam integralista. È in quel periodo che si è convinto di compiere un “atto gradito a Dio” per conquistarsi il Paradiso nelle vesti di martire.
Quando i poliziotti si sono avvicinati per arrestarlo subito dopo l’attentato li ha bollati come “infedeli”, segno di una profonda convinzione, che non ha perso nemmeno nell’ultimo anno di carcere. A gennaio, al debutto del processo, si è presentato nell’aula ad alta sicurezza del carcere di Stadelheim alzando l’indice destro nel gesto simbolo del radicalismo islamista. L’Oberlandesgericht di Monaco ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria, condannando l’ormai venticinquenne all’ergastolo e riconoscendo la particolare gravità della colpa. Il dispositivo blinda la condanna ed esclude qualsiasi ipotesi di libertà condizionale dopo 15 anni, rifiutando le tesi della difesa che tentava di ottenere un ergastolo ordinario e una perizia psichiatrica per capacità ridotta di intendere e volere.
