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Terrorismo

Reti oscure e network di terroristi islamici: cosa c’è dietro la piaga estrema che spaventa l’Indonesia

L’Indonesia, raccontata come meta vacanziera da sogno, deve ora fronteggiare una minaccia sempre più frammentata e difficile da individuare: quella del “terrorismo islamico 2.0”

Screenshot da video

Dici Indonesia e subito il pensiero va al mare, alle spiagge bianchissime, alle mete paradisiache visitate ogni anno da milioni di turisti. C’è tuttavia una piaga preoccupante che, di tanto in tanto, si anima e minaccia l’intero Paese. Si tratta della piaga del terrorismo islamico, un incubo che Jakarta non può sottovalutare visto che quella indonesiana è la nazione a maggioranza musulmana più popolosa del pianeta con oltre 230 milioni di fedeli islamici. Calcolatrice alla mano si tratta di oltre l’86% degli oltre 288,5 milioni di abitanti dello Stato guidato da Prabowo Subianto.

Il “ritorno” dei terroristi islamici: cosa succede in Indonesia

L’Indonesia ha costruito la propria risposta al terrorismo sulla capacità di smantellare organizzazioni, infiltrare cellule e arrestare i vertici. Oggi la minaccia si è però frammentata, spostata online ed è sempre più difficile da individuare perché non ha più bisogno di una struttura rigida. È questo ciò che emerge dalle ultime operazioni di Densus 88, l’unità antiterrorismo della polizia indonesiana, e dalla crescente attenzione verso radicalizzazione digitale, reclutamento e finanziamento.

Come ha spiegato il quotidiano di Singapore Straits Times, infatti, dall’inizio di ottobre Densus 88 ha arrestato 11 sospetti in sei province: Giava Occidentale, Giava Centrale, Sulawesi Centrale, Sulawesi Meridionale, Riau e Maluku Settentrionale. Gli uomini, tra i 22 e i 52 anni, sono accusati di ruoli diversi in circuiti riconducibili alla cosiddetta Daulah Islamiyah, espressione utilizzata in Indonesia per indicare sostenitori dell’ideologia dello Stato islamico, oltre che di altri network jihadisti.

L’ombra dello Stato islamico

Gli investigatori hanno trovato collegamenti tra persone residenti in regioni distanti, riunioni online per indottrinamento e coordinamento, propaganda, reclutamento e addestramento al tiro. Poso, in Sulawesi Centrale, è tra l’altro un territorio con una lunga storia di militanza: fu la base dei Mujahidin Indonesia Timur, gruppo legato all’Isis.

Il dato più significativo non riguarda soltanto il numero degli arresti. È il modo con cui i network riescono oggi a restare collegati senza presentarsi come una classica organizzazione terroristica. Il Jakarta Post, non a caso, ha sottolineato come il percorso verso la violenza possa iniziare dall’esposizione a contenuti estremi, proseguire in comunità digitali chiuse e arrivare alla mobilitazione individuale.

Cosa significa? Semplice: in certi casi non servono un capo, una cellula e una catena di comando. Bastano contatti online, propaganda e identità condivise. È una trasformazione importante per un Paese che aveva affinato soprattutto lo smantellamento delle strutture jihadiste.

Le operazioni di Densus 88

Lo scorso settembre Densus 88 aveva segnalato oltre 300 minori coinvolti in comunità online legate al cosiddetto True Crime, ovvero ambienti che non sono automaticamente terroristici ma che possono diventare terreno fertile per la normalizzazione della violenza e per successivi contatti con estremisti.

I media indonesiani hanno quindi parlato di 70 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni individuati in 19 province all’interno di questi circuiti. Circa 20 di loro avrebbero compiuto atti preparatori e nove avrebbero studiato possibili obiettivi, soprattutto scuole. Nel 2026 sono emersi diversi casi di adolescenti coinvolti in piani violenti, rendendo più difficile distinguere tra estremismo, subculture digitali e violenza individuale.

Una nuova risposta al terrorismo

Nonostante il rigurgito sopra descritto l’Indonesia resta uno dei casi di maggiore successo nella lotta al terrorismo nel Sud-est asiatico. Il Paese è entrato nel quarto anno senza un attentato terroristico, e il governo sostiene che siano stati impediti circa 28 attacchi pianificati negli ultimi quattro anni.

Le autorità, intanto, continuano a scandagliare il web. Il motivo è presto detto: ritengono che le piattaforme digitali siano utilizzate per propaganda, reclutamento e raccolta di fondi destinati ad attività terroristiche. Nel mirino di Jakarta è così finito un ecosistema di contatti, contenuti, denaro di dubbia provenienza e individui da fermare prima che possano compiere attentati o atti estremi.

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