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“Violentata quasi ogni giorno a Gaza”: il racconto choc dell’ex ostaggio Arbel Yehoud

Rimasta prigioniera per 482 giorni e liberata nell’accordo di gennaio 2025, Yehoud racconta abusi ripetuti e tre tentativi di suicidio

“Violentata quasi ogni giorno a Gaza”: il racconto choc dell’ex ostaggio Arbel Yehoud
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L’ex ostaggio israeliana Arbel Yehoud, rimasta prigioniera nella Striscia di Gaza per 482 giorni, ha denunciato di aver subito ripetute violenze sessuali durante la detenzione. In un’intervista al Daily Mail, Yehoud ha raccontato che gli abusi sarebbero avvenuti “quasi ogni singolo giorno” e che sarebbero stati perpetrati da uomini diversi. Pur scegliendo di non entrare nei dettagli, la donna ha spiegato che la brutalità e la continuità delle aggressioni.

“Ho provato a togliermi la vita tre volte”, ha dichiarato, spiegando che in diversi momenti la disperazione le faceva percepire la morte come l’unica possibile via d’uscita. La testimonianza, pubblicata dal giornale britannico, riaccende l’attenzione internazionale sulle condizioni degli ostaggi trattenuti nella Striscia durante il conflitto.

Aggredita sessualmente quasi ogni giorno

Secondo quanto riferito nell’intervista, Yehoud sarebbe stata sottoposta a una prigionia segnata da violenze sistematiche, al punto da non riuscire a trovare tregua. Le sue parole restituiscono il quadro di una quotidianità dominata da paura e isolamento, in cui la violenza non sarebbe stata un episodio sporadico, ma un’esperienza ripetuta nel tempo.

La donna ha detto di non voler descrivere nel dettaglio quanto accaduto, ma ha insistito sul fatto che la gravità delle aggressioni fosse tale da annientare ogni speranza. Il riferimento ai tentativi di suicidio rappresenta uno dei passaggi più drammatici del suo racconto, perché mostra quanto la prigionia abbia inciso non solo sul corpo, ma anche sulla capacità di resistere psicologicamente.

“Sentivo di non farcela ad andare avanti”, ha affermato Yehoud, aggiungendo che in certi momenti pensava che togliersi la vita fosse “l’unica via d’uscita”.

Il rilascio e le immagini simbolo

Yehoud era stata rapita dalla Jihad islamica palestinese insieme al fidanzato Ariel Cuni, prelevati dalla loro casa nel kibbutz Nir Oz. I due, tuttavia, sarebbero stati tenuti prigionieri separatamente per tutta la durata della detenzione.

Cuni è stato rilasciato soltanto nell’ottobre 2025, dopo 738 giorni di prigionia, un periodo ancora più lungo rispetto a quello vissuto dalla donna. La loro storia personale si intreccia così con la cronaca più ampia del conflitto e della questione ostaggi, che ha rappresentato uno degli aspetti più delicati e drammatici della crisi apertasi dopo il 7 ottobre.

Arbel Yehoud è stata liberata nell’ambito dell’accordo di gennaio 2025. Nelle riprese diffuse a livello internazionale, Yehoud appariva terrorizzata, circondata da una folla pressante e condotta verso un palco da uomini di Hamas con il volto coperto. Scene che, nei giorni successivi, erano diventate un simbolo della tensione e del caos che spesso ha accompagnato le fasi di liberazione degli ostaggi.

Il trauma dopo il ritorno: “Una valigia chiusa”

Nel periodo successivo alla liberazione, Yehoud ha spiegato che i ricordi di Gaza sono per lei come una “valigia chiusa”. Una metafora che indica non soltanto la difficoltà di parlare apertamente del trauma, ma anche l’impossibilità, almeno per ora, di affrontare fino in fondo ciò che ha vissuto.

Ha detto di non essere ancora arrivata al punto di condividere ogni dettaglio con il fidanzato, sottolineando quanto sia complicato, anche dopo la libertà, ricostruire un dialogo normale. Secondo quanto riportato, la coppia sta cercando di avvicinarsi a ciò che era la loro vita prima del 7 ottobre, ma Yehoud ha riconosciuto che “non potrà mai essere la stessa”. Il suo desiderio, ha spiegato, è tornare a una dimensione semplice e stabile: una casa, un futuro modesto, la possibilità di costruire una famiglia.

“Cercheremo di avvicinarci alla vita che avevamo prima”, ha dichiarato, “con la chiara consapevolezza che non potrà mai essere la

stessa”. Eppure, nel racconto emerge anche un elemento di resistenza: la consapevolezza di essere sopravvissuta e di essere tornata. “Posso stare qui seduta per ore a piangere, ed è difficile, ma alla fine… sono qui”, ha detto.

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