«A Torino voglio la Reggina come il Milan di Madrid»

«Siamo al crocevia. Ancora una sconfitta e ci troveremo con l’acqua alla gola, a giocare un campionato lontano mille miglia da quello che era nelle nostre aspettative. Altro che promozione facile. Questa B è davvero dura, più complicata di quello che immaginavo e ricordavo dopo 7 stagioni consecutive in A».
Vuol dire che anche Pasquale Foti, da 24 anni presidente della Reggina, ha ancora qualcosa da imparare?
«Ma certo. Pensavo di aver costruito insieme a Novellino, tutte scelte condivise sia chiaro, una squadra in grado di vincere la B e di fare poi bella figura in A con 2-3 ritocchi. Invece siamo in fondo. E non parliamo di sfortuna, c’è dell’altro…».
Quali sono allora i motivi di un avvio così stentato?
«Siamo deboli caratterialmente. Siamo forti solo a parole, basta leggere i giornali o guardare la tv. Peccato che poi tutte queste belle intenzioni non scendano in campo…».
Una diagnosi forte…
«Vuol sapere la verità? Non abbiamo saputo calarci in questa realtà a differenza di altri piccoli club che con passione e umiltà sanno come si fa strada in B, dico l’Albinoleffe, il Cittadella, il Crotone. Per non parlare dell’Ancona...».
Andiamo al sodo, cosa sarà di Novellino?
«L’ho scelto con la voglia di portare avanti un progetto comune. Mi piaceva l’uomo, mi andava a genio l’allenatore, il curriculum parla da solo. La situazione ora s’è aggrovigliata. Mi auguro però di continuare a fare tanta strada con lui».
Stasera a Torino, martedì il recupero a Lecce, in entrambi i casi con squadre retrocesse dalla A, poi sarà tempo di bilanci. O no?
«Non dobbiamo più perdere tempo, né crearci alibi con le solite storie che il campionato di B è lunghissimo, si decide a primavera e così via. È ora di riprendere a correre e recuperare il tempo perduto».
E i giocatori? Su chi puntava in particolare?
«Volpi, Cacia, Bonazzoli, Brienza, Valdez, solo per fare qualche nome. Con Novellino pensavamo di aver messo assieme una grande squadra. Resto convinto lo sia. Ora deve dimostrarlo subito».
È vero che il suo ricordo più bello è legato a Torino e al Torino?
«Proprio così. Ancora oggi ricordo quella vittoria in trasferta per 2-1 che diede alla Reggina la certezza di essere promossa per la prima volta nella sua storia in A. Era il 13 giugno 1999, si giocava al Delle Alpi».
E il più brutto…
«È legato al processo di Calciopoli. Mi cascò il mondo addosso il giorno in cui il procuratore federale Palazzi propose 15 punti di penalizzazione a carico della Reggina e 5 anni di squalifica per me. Ma io non ero colpevole. In quel drammatico periodo cercai solo di fare il bene della Reggina nella mia qualità di presidente. Come sempre. Quelle accuse non mi sono mai appartenute. Per fortuna le sanzioni furono ridotte a 11 punti e 18 mesi».
Mazzarri fu l’artefice di quella salvezza memorabile, è l’allenatore che più ha nel cuore?
«Gli sarò sempre grato. Ma se dicessi così, non sarei onesto nei confronti di altri tecnici».
È vero, come dice Corioni, che la B è un bagno di sangue?
«Quest’anno ci salviamo grazie al fondo riservato alle squadre retrocesse dalla A alla B: un paracadute di 7,5 milioni a Reggina e Torino, solo 2,5 al Lecce per via di alcune variabili. Altrimenti sarebbe un dramma. I conti sono presto fatti: 6-7 milioni di entrate a fronte di 15 milioni di uscite, di cui oltre 11 servono a pagare gli stipendi a giocatori e tecnici. Se restassimo un’altra stagione in B, dovremmo rivedere tutta la strategia e tornare a un calcio più povero, quello vero».
Torniamo a stasera, sia sincero, cosa si aspetta?
«Di ripetere la prova del Milan a Madrid, che con la Fiorentina ha ridato lustro al calcio italiano in Europa, cioè giocare con lucidità, forza, umiltà».
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