"Ma tu che sei così intelligente, perché fai il critico cinematografico?". La risposta che Tullio Kezich (nella foto) avrà dato alla domanda di Carlo Ponti, sarà somigliata ben poco a quella che, al posto suo, darebbero i suoi colleghi d'oggi. La risposta che Tullio Kezich. A proposito di me, il bel documentario in uscita oggi lunedì 15 nei cinema, offre ripercorrendo un'esistenza (ed un mestiere) non replicabili. Almeno in quella forma. "Cosa serve per essere un critico? - si chiede lo stesso principe dei recensori italiani (perché, contrariamente al solito, il documentario di Gioia Magrini, Silvia d'Amico e Roberto Meddi affida la narrazione non a testimoni, ma alla voce dello stesso Kezich, tratta da varie interviste)-. Serve vivere con curiosità". A soli sette anni, applaudito in giro per le scuole di Trieste nell'imitazione di Mussolini, il piccolo Tullio dimostra la sua vocazione per lo spettacolo. La prima recensione cinematografica la scrive a 10 anni; a 17 è già inviato di Radio Trieste alla Mostra di Venezia. Non basta: lavorando sul set di Cuori senza frontiere, strapazzato spesso e volentieri dal regista Luigi Zampa impara che "solo sul set capisci la fatica del cinema. Io farei come Mao, che obbligava gli studenti a lavorare in campagna: spedirei tutti i critici a lavorare su un set". E il suo metodo critico? Semplicissimo. "Sono uno spettatore che ha avuto la curiosità di andare a vedere cosa c'era dietro". Per un'inchiesta sul Neorealismo caro estinto incontra Pietro Germi ai provini di Un maledetto imbroglio; cena con Antonioni che gli confida il progetto de L'avventura; accoglie gli sfoghi di De Sica, "avvilito di fare l'attore mercenario, mentre sogna di girare Il giudizio universale". Centrale è l'amicizia fraterna con Fellini, di cui diverrà il titolato biografo, che per scrivere de La dolce vita gliene fa seguire tutta la lavorazione: "Fu più divertente assistere a quello che al film stesso". Franco Rosi lo incarica addirittura di dare il via ai "totali" della celebre strage di Portella delle Ginestra, "accanto a Lina Wertmuller, con i cavalli imbizzarriti. Lei tranquillissima, io in crisi cardiaca. Ecco perché ha fatto la regista, e io no". Regista no, ma produttore sì: con Ermanno Olmi produce I basilischi della Wertmuller e San Michele aveva un gallo dei Taviani; nei primi 70 è lui a proporre alla Rai Sandokan, e a scoprirne personalmente, in un hotel di Calcutta, la futura star Kabir Bedi. Non finisce qui: c'è anche la stagione drammaturgica. La collaborazione con Strehler per la riduzione dei Mémoires di Goldoni.
Il tandem con Luigi Squarzina, per il quale riduce uno storico La coscienza di Zeno con Alberto Lionello. Inevitabile, insomma, la conclusione. "Ammetto: ho avuto amici e maestri eccezionali. E ho cercato d'imparare da tutti".