Tutta la comunità ebraica italiana raccolta in veglia nelle sinagoghe

Anche Fini e Veltroni tra gli israeliti di Roma: «La pace ha bisogno di lui». A Milano ottomila in preghiera

Alessia Marani

Commossi, uniti come non mai. Gli ebrei di Roma pregano per il premier israeliano Ariel Sharon stretti in un abbraccio simbolico nel Tempio maggiore del lungotevere Cenci. Nella sinagoga che due anni fa ha celebrato il centenario hanno fatto il loro ingresso, ieri sera, anche il ministro degli Esteri Gianfranco Fini e il sindaco della Capitale, Walter Veltroni. Si è pregato e si continua a pregare, in veglia, per Ariel «Arik» Sharon, che combatte in un ospedale di Gerusalemme la sua battaglia più difficile, quella contro la morte. «In momenti di così grave apprensione - ha detto Fini - mi unisco all’abbraccio di tutto il popolo israeliano. La pace in Medio Oriente ha più che mai bisogno di Sharon». Quella romana è la comunità ebraica più antica d’Italia. Quando Papa Paolo IV quattro secoli fa li relegò in quello che oggi si chiama «ghetto», tra il Tevere e il cuore del centro storico, gli ebrei capitolini erano poche centinaia. Oggi sono quindicimila. L’ex rabbino capo di Roma, Elio Toaff, ricorda di avere incontrato più volte Sharon, «un uomo - ha affermato - che ha speso tutta la sua vita nell’interesse del suo popolo». «Certo - continua - ha anche dei difetti, ma chi non ne ha? L’importante è che ce la faccia, che superi questo tremendo e doloroso momento». Alla veglia ha preso parte il rabbino capo attuale, il medico Riccardo Di Segni, l’ambasciatore d’Israele Ehud Gol e il portavoce della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici. «Tutte le persone che sanno quanto sia stato importante il percorso che Sharon aveva iniziato nel proprio Paese per favorire la pace - ha sottolineato il sindaco Veltroni - vivono questi attimi con grande preoccupazione. Come Rabin, Sharon ha assunto posizioni decise in difesa d’Israele e proprio per questo ha potuto cercare la via del dialogo con la leadership palestinese moderata. Lo spirito della veglia è in sintonia con la speranza di pace».
Si raccoglie in preghiera anche la comunità milanese, 7mila iscritti, 8mila in totale, una preoccupazione che non nasce dalle incertezze sul futuro d’Israele ma solo e soltanto per la sorte di Sharon: «Noi abbiamo un legame con lo Stato e con il popolo ebraico che prescinde da chi guiderà Israele - detta il rabbino capo Alfonso Arbib -. Il processo di pace in corso riguarda il popolo e non una singola persona, questo nell’assoluto rispetto di Ariel Sharon. Per lui sono già iniziate le preghiere speciali per la sua guarigione durante le funzioni delle 7.45 e delle 16.30 in tutte le sinagoghe milanesi».

Sono preghiere particolari che vengono rivolte in aiuto dei malati durante le quotidiane funzioni del mattino e del pomeriggio, unite alla lettura dei salmi: «Non vogliamo - continua Alfonso Arbib - stabilire già ora un programma in caso di soluzione negativa per Sharon. Sappiamo che le sue condizioni si sono aggravate e per questo ci raccogliamo, perché la preghiera aiuta a superare anche i momenti più difficili».

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