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“Scarpantibus”, innovatore e “Pàtroclooo!” surreale

Attore e musicista, è morto a 93 anni. Era tra i volti e le voci più riconoscibili e amati della comicità italiana tra radio e tv. Divenne popolarissimo con “Alto Gradimento” di Arbore e Boncompagni

Giorgio Bracardi

Quando c’era lui, c’era un’altra radio. E c’era un altro modo di divertirsi all’ascolto. Alto Gradimento, Arbore&Boncompagni la strana coppia con allegati Mario Marenco, improbabile ed inaffidabile architetto, pugliese foggiano, il colonnello Buttiglione, il professor Aristogitone, altra roba da ultimo banco di scuola, ma su tutti Bracardi Giorgio, uno, nessuno, centomila personaggi inventati sull’unghia, comico imprevedibile, follia cabarettistica e teatrale, multicolor di voci e interpretazioni. Ha chiuso la sua dolcissima vita ieri, in una casa di riposo a Fiano Romano, come accade a chi ha visto e frequentato le Folies Bergère della vita per poi scivolare nell’oblio, addirittura nemmeno inserito in quella schifosa Rai’s list, la macabra Dead Pool, affissa ad un muro di Bar Centrale, su Rai 1. Aveva novantatré anni e ne ha viste mille e più, attraversando l’epoca nuova della radiofonia, quando gli influencer e i social erano fantascienza e si andava a braccio, nelle serate tra amici, in balera, nei night club.

Romano de Roma era nato tra voci importanti, sua madre Edvige cantava da soprano, il padre Glauco, da tenore. Va da sé che circondato da tali armonie prese a suonare il pianoforte, erano due nelle stanze della casa, perché cinque erano i figli (Franco è stato il silenzioso frac in bianco, sullo sfondo del Maurizio Costanzo Show) più i genitori, una compagnia di giro. All’inizio furono melodie classiche ma poi intervenne il jazz e con quel ritmo, non sempre furbo e ambiguo, intuì che si poteva usare il piano per martellare i tasti senza un criterio e creare testi da manicomio. Come lui medesimo. Suo padre gestì il Salone Margherita, memoria di tempi antichissimi, tutto chiuso, tutto finito con Bagaglino appresso, però lo spirito dell’arte non è andato mai in cassa integrazione, vive anche se contaminato da volgarità e ideologie a governi alterni. Dunque la radio. Quando arrivava Alto Gradimento, un treno lungo undici anni, sette giorni su sette, partiva la qualunque, l’umorismo demenziale ai massimi che, però, riusciva a coprire l’arco costituzionale della risata, i primi a sghignazzare erano proprio i conduttori, la volpe e la volpe, mancava il gatto, cioè Renzo e Gianni, fornivano l’assist a Marenco e poi entrava in tackle Bracardi con le sue figurine: Scarpantibus non dice nulla alle generazioni Z e a seguire ma lo squittio di quell’animale misterioso con gli scarponi, slacciati, da guerra, una specie di Sarchiapone rivisto e scorretto, quel suono stridulo ritornava al bar e negli uffici, a scuola e nei tinelli di casa, lo ripetevano ragazzi e adulti, signori di mezza età e sciure al tè delle cinque, così il cronista Max Vinella e «chiappala, chiappala», la premonizione di un gerarca fascista, Catenacci Ermanno, stivaloni neri come la camicia, pantalone alla zuava e bretelle, «giù manganellàte» per dire, in una serata a Macerata lo presero a fischi e insulti, lo inseguirono pure e lui se la diede a gambe levate, fuggendo saltando dalla finestra, giù nella neve, o, ancora, il farmacista Onorato Spadone che smontò l’altra metà del cielo, l’uomo è una bestia, la donna due volte bestia e, sulla tazza, tutti uguali, anche Agnelli, nel fatidico momento Trak! O l’arabo Malik Maluk che oggi riceverebbe una fatwa che nemmeno Salman Rushdie, il tormentone «Pàtrocloooo», valeva più di un monologo di Massini e uno storico, ripetuto «fangàla» senza bisogno di traduzione. In tivvù memorabile il ruolo di Lucio Smentisco, sedicente portavoce-pernacchia di Silvio Berlusconi, le mamme protestarono perché i figli, a scuola, ripetevano lo sberleffo e, risate a parte dei compagni di classe, scattava la nota sul diario. Aveva chiuso con Arbore, colpevole, secondo lui, di avere vissuto di Alto Gradimento godendone gli interessi mentre a Bracardi e Marenco soltanto polvere, nemmeno di stelle, qualche intervistina, dunque nessun pentimento, nessuna pace, soltanto dolce nostalgia di ore impossibili, come le ultime dimenticate a Fiano.

«La gente ha mille cose belle da dire su di te, ma prima devi morire» (Fëdor Dostoevskij).

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