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Vaticano

Francesco, il Papa amico

“Quando mi vide, disse: ‘Io lei la conosco’. La frociaggine, la guerra: ci intendevamo su tante cose, tranne che su Becciu crocifisso. Gli perdonavo anche il suo rosso, spesso più castrista che cardinalizio”

La Chiesa povera caccia i mercanti dal tempio
Papa Francesco in udienza generale il 12 novembre 2014

Papa Francesco mi stava simpatico. Lo dico subito, così il lettore sa con chi ha a che fare e può regolarsi. Non sono mai stato un devoto, tanto meno un papalino. Sono ateo, o quasi, e quando uno si avvicina ai novant’anni, persino l’ateismo perde un po’ della sua baldanza. Bergoglio, però, aveva una qualità che perdono quasi tutti coloro che salgono in alto: parlava come mangiava. E qualche volta mangiava parole indigeste.

Lo incontrai la mattina del primo giugno 2024. Eravamo andati in Vaticano per i cinquant’anni del

Giornale: Alessandro Sallusti, la famiglia Angelucci, editori di questa testata, i dirigenti e il sottoscritto. L’udienza durò una ventina di minuti, ma bastarono. Francesco mi indicò con un dito: «Io lei la conosco». Aggiunse che avevamo molti pensieri in comune. Gli risposi: «Specialmente sull’eccesso di frociaggine, immagino». Era scoppiato da pochi giorni lo scandalo per quella parola pronunciata davanti ai vescovi. Tutti scandalizzati, naturalmente. Non per la sostanza, ma per il vocabolario.

Il Papa aveva detto «frociaggine», non «problematiche inerenti all’orientamento sessuale nel percorso vocazionale». Una parola popolare, ruvida, da bar o da sagrestia, insomma una parola viva. Si scusò con chi si era sentito offeso, e fece bene. Ma in seguito la adoperò di nuovo. Altro che incidente linguistico: era il suo modo di parlare. A me non disturbava. Le parole non picchiano nessuno; semmai rivelano chi le pronuncia. E Bergoglio rivelava di non essere un funzionario della correttezza politica, benché una parte della sinistra mondiale lo avesse eletto proprio pontefice.

Ci intendevamo anche sulla guerra. Francesco rifiutava la favola di Cappuccetto Rosso, con i buoni tutti da una parte e il lupo cattivo dall’altra. Non era putiniano: definì brutale e feroce l’invasione russa. Ma non accettava il catechismo occidentale secondo cui fare domande sulle cause della guerra equivale a disertare. Quando parlò del «coraggio della bandiera bianca» fu trattato da codardo. Disse invece una cosa elementare: negoziare non significa arrendersi, ma evitare che un Paese si suicidi. In un mondo pieno di eroi che combattono con la pelle altrui, mi parve una frase coraggiosa.

Era altrettanto netto sulla vita. Definì l’aborto un omicidio e i medici che vi si prestano «sicari». In precedenza aveva domandato se fosse giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema e aveva paragonato l’aborto all’affitto di un killer. Parole terribili? Terribile è semmai ciò che descrivono. Si può non essere cattolici e capire che un bambino non è una pratica burocratica. Francesco non addolciva la faccenda per ottenere l’applauso dei salotti.

Lo stesso vale per i vecchi, categoria alla quale apparteneva e alla quale mi onoro di appartenere. Denunciò una società che tratta gli anziani come materiale di scarto, parlò di «eutanasia nascosta» per l’abbandono in cui sono lasciati e definì l’eterna giovinezza «un’allucinazione molto pericolosa». Aveva ragione. Oggi si celebra il corpo giovane e si rottama chi possiede memoria, cioè l’unica ricchezza che non si compra in palestra.

Se avessi avuto più tempo con lui, tuttavia, non gli avrei risparmiato le mie critiche. Gli avrei detto che sbagliò a mettere in croce il cardinale Angelo Becciu, privandolo nel 2020 dei diritti connessi al cardinalato prima che un tribunale si pronunciasse. Becciu fu poi condannato in primo grado, ma il procedimento non è concluso: nel marzo 2026 la Corte d’appello vaticana ha dichiarato la nullità relativa del primo grado e disposto la rinnovazione del dibattimento. Non è stato assolto, dunque, però neppure si può fingere che quel processo sia stato un modello di linearità. A Francesco avrei ripetuto ciò che scrissi quando era ancora vivo: Santo Padre, stacchi i chiodi e tiri giù Becciu da quella croce. Gli avrei anche rimproverato di avere accettato troppo facilmente la parte di leader mondiale della sinistra. Sui migranti il suo cuore cristiano corse spesso più veloce della prudenza politica. Esaltò chi salva vite nel Mediterraneo, ricevette uomini delle navi umanitarie e definì un’ingiustizia tenere ferma la Open Arms. Salvare chi annega è un dovere. Ma trasformare le imbarcazioni delle Ong in un servizio di linea, sia pure involontario, può incoraggiare altri disperati ad affidarsi ai trafficanti certi che qualcuno li raccoglierà. La carità senza realismo rischia di alimentare la sciagura che vuole curare.

Per onestà va ricordato che Francesco disse anche che migrare è un diritto «molto regolato» e che i governanti devono accogliere soltanto nella misura in cui possono integrare. Era più complesso della caricatura progressista cucitagli addosso. Eppure in lui rimase un estremismo latinoamericano, specialmente argentino: una politica che oscilla tra destra e sinistra senza mai diventare moderata, come il peronismo da cui Bergoglio trasse almeno una parte del proprio arsenale. Il suo lato rosso fu talvolta più castrista che cardinalizio.

Glielo perdonavo perché il suo eventuale comunismo non nasceva nei convegni, bensì tra la gente. Egli stesso diceva che i comunisti avevano rubato ai cristiani la bandiera dei poveri. Gli piacevano il popolo dei santuari, le madri che accendono ceri, le nonne che recitano il rosario. Sospetto che amasse costoro assai più dei teologi, professionisti capaci di trasformare Dio in una circolare ministeriale. Era un Papa carnale: piedi nel fango, mani nella carne, odore di quartiere. Anche quando sbagliava, sbagliava da uomo e non da nota a piè di pagina. Alla fine di quell’udienza distribuì rosari benedetti. Quando arrivò il mio turno gli dissi: «Che me ne faccio? Credo poco in Dio». Mi rispose, come ho già raccontato: «Qualche volta anche io. Ma poche volte». Poi mi ordinò di portarlo a mia moglie Enoe, certo che lei lo avrebbe gradito. Obbedii. Enoe quel rosario se l’è portato nell’aldilà.

Mi piacerebbe incontrare di nuovo entrambi, il più tardi possibile. Temo però che l’aldilà non esista. E, se per caso esistesse, dubito che io possa raggiungerli con le mie sole forze: dovrebbero tirarmi su con l’argano dal pentolone di Belzebù.

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