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Vaticano

Il polverone su Parolin: “Inopportune le sue parole”

La frase del segretario di Stato sul “pontificato da rimodulare” ha suscitato fastidio in Vaticano. Quell’amore mai scoccato con Prevost

Parolin: "Santa Sede lavora con l'Ue per essere artigiani di pace"

Le dimissioni anticipate del Papa dal Gemelli hanno fatto tirare un sospiro di sollievo in Curia. Le ultime 48 ore, però, sono state turbolente per il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin che si è ritrovato nell’occhio del ciclone per aver tirato in ballo l’eventualità di «rimodulare il pontificato». Un’uscita infelice fatta giovedì sera a margine di un evento in ambasciata e che ha scatenato un polverone in Vaticano, costringendo Parolin a precisare che si riferiva al viaggio in America Latina, poche ore dopo le prime immagini post-operatorie di Leone XIV e la telefonata a Vladimir Putin.

Nonostante ciò, tra prelati ed addetti ai lavori resta unanime il giudizio di inopportunità a proposito dell’utilizzo del verbo «rimodulare». C’è stupore per il fatto che il segretario di Stato, noto per la sua prudenza, sia stato protagonista di questo scivolone. Nei sacri palazzi è finito nel mirino il suo eccessivo presenzialismo a convegni e presentazioni, con l’abitudine a «parlare troppo con i giornalisti». Non è un periodo fortunato per il porporato veneto che, diciotto mesi dopo

il conclave, è rimasto comunque al suo posto in Segreteria di Stato. Nei precedenti cambi di pontificato, i suoi due predecessori Angelo Sodano e Tarcisio Bertone avevano già ricevuto il foglio di via. A differenza loro, però, Parolin ha le stimmate dello sconfitto nel conclave e Prevost non è tipo da impartire umiliazioni. Ma tra i due la scintilla non è scoccata. Durante l’attuale pontificato Parolin ha dovuto ingoiare diversi bocconi amari. A fine agosto per la delicata missione in Russia è partito il segretario per i rapporti con gli Stati monsignor Paul Richard Gallagher, buon amico del Papa. Nel 2017, invece, era stato il segretario di Stato ad andare a Mosca. Le cose non vanno meglio sul fronte interno dove un’altra «bocciatura» è arrivata con la cessione in affitto della Domus Paulus VI ormai in fase di chiusura dopo l’individuazione del nuovo conduttore. Secondo quanto risulta a Il Giornale, infatti, Parolin si era fortemente opposto all’operazione che farà diventare l’immobile in via della Scrofa un hotel. Lo scorso febbraio avrebbe provato a congelarla, ma alla fine Leone XIV (così come Francesco prima)

ha dato lo stesso il via libera una volta capito che ne avrebbero giovato le casse per il risparmio dei costi di manutenzione. L’ultima amarezza è arrivata la settimana scorsa con l’elezione di Luis Antonio Tagle a decano del sacro collegio, una carica a cui Parolin aspirava già nel 2025 ma che gli fu negata da Francesco. Una fonte ci confida che, nel momento della scelta, sarebbe stato l’uscente Giovanni Battista Re a comunicare ai cardinali vescovi la preferenza dall’alto: «non un ultraottantenne». A chi aveva pensato a Parolin, però, sarebbe stato fatto presente che «lui ha troppi impegni». Il cerchio, pertanto, si è ristretto al solo Tagle che è comunque prefetto. Ora che è stato dimesso, Leone rivedrà il segretario di Stato e potrebbe esserci un chiarimento sul «rimodulare-gate» come quello che avvenne tra Paolo VI e il cardinale Giuseppe Siri - due che si prendevano poco - per un fraintendimento simile.

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