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Il monito del vescovo: "L'Islam? Un pericolo se i cristiani rinunciano alla loro identità"

Nel suo libro monsignor Giovanni D'Ercole, con un'esperienza monastica in Marocco, denuncia i problemi dell'integrazione

Il monito del vescovo: "L'Islam? Un pericolo se i cristiani rinunciano alla loro identità"
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Il dialogo interreligioso con l'Islam è stata una delle priorità del pontificato di Francesco ed ha visto come documento-simbolo la Dichiarazione di Abu Dhabi firmata congiuntamente al grande imam di al-Azhar nel 2019. Questa linea ha fatto sì che si diradassero negli anni le voci nella Chiesa disposte ad evidenziare le difficoltà nell'integrazione degli immigrati islamici nella società europea plasmata dalle radici giudaico-cristiane. Sono spariti moniti come quello del cardinale Giacomo Biffi che nel 2000 avvertiva come, per avere una "pacifica e fruttuosa convivenza", bisognasse essere consapevoli che "il caso dei musulmani va trattato con una particolare attenzione" perché "hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile".

La testimonianza del vescovo in Marocco

La prevalenza di una visione esclusivamente ottimistica sul dialogo con l'Islam rende, perciò, particolarmente interessanti le considerazioni fatte da un vescovo che ha vissuto in un Paese a maggioranza islamica. Lui è monsignor Giovanni D'Ercole, vescovo emerito di Ascoli Piceno e per anni volto noto della trasmissione Rai Sulla via di Damasco. Dopo essere stato indotto a dimettersi nel 2020 a seguito di una sua presa di posizione contro la decisione del governo giallorosso di mantenere chiuse le chiese in epoca covid, D'Ercole ha scelto la vita monastica in Marocco. Quest'esperienza lo porta a parlare con chiarezza sull'impostazione del dialogo con l'Islam: "una difficoltà da ben considerare per il dialogo - scrive nel suo libro appena pubblicato da Lumen Cordium "Il leone che é agnello - alla ricerca della verità che salva" - è l’indebolimento della fede in quelle persone e comunità che, per falso spirito ecumenico o inutile buonismo, rinunciano alla propria identità". Così facendo, avverte D'Ercole, "ci si condanna all’irrilevanza spirituale, in un periodo in cui invece altre religioni, come l’Islam, dall’identità definita e dalla forte cifra spirituale, stanno radicandosi anche in Italia". La debolezza identitario, dunque, è un ostacolo al dialogo interreligioso e non un aiuto.

Quando l'Islam può diventare un pericolo

Il vescovo si dice convinto che l'atteggiamento remissivo della società occidentale può rendere la religione islamica una minaccia. Nel libro, infatti, scrive che "se l’Islam non costituisce un pericolo di per sé, come secoli di convivenza dimostrano, può diventare occasione di pericolo quando i cristiani abbandonano o rendono evanescente la propria fede e la propria appartenenza ecclesiale". La posizione di debolezza che si è deciso di assumere in Occidente viene giudicata controproducente dal presule secondo il quale negli ultimi anni "si sono infatti molte porte per l’integrazione ma assai spesso si è creduto che il dialogo esigesse di oscurare, di fatto, la fede cristiana per non urtare la sensibilità religiosa dei musulmani". Il risultato è sotto gli occhi di tutti in Europa e anche in Italia. Scrive infatti D'Ercole:

"Il togliere simboli cristiani (ad esempio: il crocifisso, il presepe) ed eliminare parole della nostra cultura cattolica, pensando che il rispetto per i musulmani c’imponesse la rinuncia alla nostra testimonianza convinta e praticante, e talora persino l’aver aperto chiese e case per il loro culto, ha finito per farci abbandonare la nostra stessa fede e cultura. Tutto ciò ha dato ai credenti dell’Islam l’idea che noi cristiani non siamo più veri credenti e, quindi, siamo persone da convertire".

Sono considerazioni che non si sente più fare spesso da un rappresentante della Chiesa e che hanno maggior valore perché arrivano da chi non solo non è ostile alla religione islamica, ma ci convive anche in un Paese a maggioranza musulmana come il Marocco. La fotografia che D'Ercole fa della situazione alla luce delle politiche di accoglienza ad oltranza è preoccupante. Il vescovo, infatti, sostiene:

"Aprire alla religione islamica comporta inevitabilmente esporsi all’edificazione di una società islamica, o comunque di enclave, come già capita in Francia, nel Regno Unito e in Svezia, per esempio: comunità autoreferenziali che non si integrano, che non seguono le leggi del Paese ospitante bensì la shari‘a – la legge sacra islamica –, un insieme di princìpi e norme che guidano la vita dei musulmani in diversi

ambiti, dalla morale alla religione, al diritto".

Il rimedio è una sana laicità, ma anche e soprattutto la riscoperta dell'identità cristiana che permette di accostarsi al dialogo senza subalternità.

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