Ma la vera sfida è la «normalità»

Ognuno di noi, che prenda il taxi una volta l’anno o tutti i giorni, ha la sua collezione di aneddoti sui conducenti: chi ascolta a tutto volume la radio che gracchia analisi sul perché Ranieri non faccia giocare Menez; chi fuma; chi ha fumato; chi fumerà; chi parla al cellulare; chi affronta il traffico come una guera (e la guera, si sa, è guera); chi dimentica sul tassametro la famigerata tariffa 2 che ora si vorrebbe cancellare; chi arrotonda la cifra autoassegnandosi la mancia come medaglia. Peccatoni, peccati, peccatucci: comunque prove che la categoria tende a interpretare in modo tutto suo l’idea di servizio pubblico, come se la proprietà del mezzo la autorizzi a trattare il cliente come un intruso, pagante ma mica troppo gradito. Il Campidoglio annuncia battaglia alle grandi illegalità: abusivismo, truffe. Ma è sulla normalità che si gioca la vera partita. Chi prende il taxi si aspetta soltanto di salire su una vettura pulita e respirabile, condotta secondo le regole del codice della strada da una persona onesta e moderatamente educata. Tutto qui. Sembra poco, ma finora nella capitale è stato sempre troppo. Taxi normali per una città normale. E dopo, ma solo dopo, si parli di aumentare le tariffe.
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