È Michele Mari, con I convitati di pietra (Einaudi), il vincitore dell'ottantesima edizione del Premio Strega. Voti espressi 643, l'80,4% degli 800 aventi diritto: 190 quelli andati a Mari. Seguono Matteo Nucci con Platone. Una storia d'amore (Feltrinelli, 152 voti), Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani, 84), Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi, 78), Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori, 75) ed Elena Rui con Vedove di Camus (L'orma, 64). Mari è stato il favorito dal principio, ma il suo primato ha vacillato per via delle sue presunte dichiarazioni contro Michela Murgia. Per lui - nato a Milano nel 1955, scrittore, filologo, traduttore e a lungo professore di Letteratura italiana all'Università degli Studi di Milano - si tratta di una doppia vittoria: I convitati di pietra - storia di un gruppo di ex alunni di un liceo milanese che nel 1975, a un anno dalla maturità, siglano un accordo che li vedrà legati per la vita - si era già aggiudicato la tredicesima edizione dello Strega Giovani.
Che cosa ha portato questo romanzo alla vittoria?
"La velocità e la brillantezza. È un libro molto diverso dai miei soliti: ho voluto fare un esperimento con me stesso e credo che la modalità con cui l'ho scritto, quasi precipitosamente, si sia riflessa nello stile, catturando l'attenzione del lettore e facendone un partecipante al gioco, costringendolo a schierarsi, a fare il tifo. Andava scritto così, con rapidità e leggerezza che a me sono poco familiari. Però avevo voglia di provare una nuova strada".
Come definirebbe l'esperienza Strega?
"Molto coinvolgente, quasi totalizzante: per due mesi non fai altro che spostarti, presentare, parlare, dichiarare. Il mio e i libri degli altri mi escono dagli occhi, dalla testa. Grande poi la pressione mediatica, per cui alla fine e io posso dirlo, perché ho vinto - il premio me lo sono sudato e guadagnato".
Serve promuovere i libri?
"Mi piace pensare che i libri possano vivere platonicamente in un mondo tutto loro, senza bisogno di spinte e macchine pubblicitarie. Però non è così, e lo Strega dimostra quanto ci sia bisogno di queste cose. Il confronto col destino del resto della mia produzione è impietoso: con gli altri miei titoli dopo qualche mese sono scomparso dalle librerie".
Lo rifarebbe?
"No. Cioè, dipende: rifacendolo per la prima volta sì. Ma una volta basta nella vita".
Ha dichiarato di essere incapace di sorridere. Ma ci sarà qualcosa che la diverte.
"Per restare in tema, visto che non ho ancora avuto modo di citarlo e celebrarlo: sorrisi me li provoca sempre, ma anche malinconia e amarezza. Compagni di scuola di Verdone. Uno dei testi ispiratori del romanzo insieme a tutta la tradizione che fa capo ad Agatha Christie, a partire da Dieci piccoli indiani".
A proposito, il suo mentore ideale è ancora il professore del Berchet che adorava, Alberto Giordano?
"Una figura per me fondamentale: mi ha insegnato il modo in cui leggere gli autori, trasmettendomi una passione che mi ha fatto finire il liceo con le idee molto chiare su quello che avrei voluto fare".
Vero che quel professore era però politicamente scorretto e con l'ideale della sprezzatura?
"Era un uomo molto affascinante, con uno stile inimitabile: non si poneva molti problemi di correttezza politica o pedagogica. Faceva lezione per chi era all'altezza di seguirlo e lasciava gli altri al proprio destino. A me andava bene, perché ero uno dei suoi seguaci".
Ci sono limiti che uno scrittore non deve superare o si può dire tutto?
"Mi verrebbe da dire, ideologicamente e in assoluto, che la letteratura - l'arte - è il regno in cui tutto può e deve essere detto. Dipende dal modo in cui lo si dice. Poi però per esperienza mi rendo conto che ci sono cose difficilmente verbalizzabili".
Dove si è scontrato con questo limite?
"In Leggenda privata parlo molto del rapporto coi miei genitori. Non faccio sconti a nessuno e parlo di vicende pesanti che li hanno riguardati. E però ci sono alcuni episodi nella mia memoria che non ho avuto cuore di portare dentro la pagina: è una forma di autocensura. Per me e per la loro memoria, la loro immagine. Mi sono tenuto un 25% di segreti. Comunque io ho già detto moltissimo di me fin dal libro di esordio, Di bestia in bestia: contiene già in germe tutti gli altri miei libri e a saper leggere tra le righe, lì si coglie tutto della mia vita".
Vorrebbe in classe con sé i suoi colleghi dello Strega?
"Sì".
E chi per compagno di banco?
"Pierantozzi: mi è stato molto simpatico ed è il primo nome che mi verrebbe in mente".