Vita Modesta e amori allegri di una siciliana anarchica

È molto difficile sintetizzare il giudizio su un romanzo complicato, nei suoi indubbi pregi e nei suoi evidenti difetti, qual è L’arte della gioia di Goliarda Sapienza (Einaudi, pagg. 540, euro 20), preceduto da una vicenda avventurosa (rifiutato dai maggiori editori italiani, buttato per vent’anni in una cassapanca, riesumato e pubblicato postumo da un piccolo editore francese, accolto in Francia da una salva di scomposte grida di giubilo, e ora edito da Einaudi). Si tratta d’una storia appassionata e ambiziosa, quella di Modesta, e di una piccola folla di personaggi di contorno, ognuno con una propria personalità risentita o sfuggente - partendo dall’infanzia di Modesta, innocentemente corrotta da vicende pedofile per lei terribili ma emozionanti e giungendo fino alla maturità di questa intelligente, astuta e determinata ragazza siciliana, che alterna la propria smania di emergere dall’ambiente brado e perturbato delle sue origini raggiungendo la vetta d’una condizione aristocratica, alla energica rivendicazione della piena libertà femminile, anche omosessuale, da lei disinvoltamente e appassionatamente praticata. Tale combattiva esistenza, che mira soprattutto a realizzare una propria intima e «gioiosa» coerenza, non può sfuggire tuttavia alla incapacità umana di metabolizzare il disordine del mondo. Scrive in proposito Domenico Scarpa nella postfazione: «Il mondo le infliggeva il suo disordine, e lei era spesso alla sua mercé. Quando raccontava e scriveva, era lei a organizzarlo in un ordine che comprendesse anche il disordine che continuava ad affascinarla». Evidentemente Scarpa parla qui dell’Autrice, ma ciò è perfettamente attribuibile anche a Modesta, che le è speculare.
Dire che L’arte della gioia è un libro importante è giusto. Ma travalicare questo elogio attribuendo all’Autrice la qualità di un «talento contundente» significa forzare il giudizio piegandolo a un’ammirazione incontrastata che mi sembra travisare il significato e il valore di questa opera, che non ha alcun bisogno di forzature che forse non piacerebbero all’Autrice stessa in quanto strumenti di un costume pubblicitario estraneo alla sua esigente moralità. Non si parla qui della postfazione di Scarpa, condotta sempre sul filo di un ragionamento a volte discutibile, ma sempre filologicamente corretto; concludere invece la quarta di copertina del volume con questa frase, «Modesta attraversa la storia del Novecento con quella forza che distingue ogni grande personaggio della letteratura universale», ci sembra opinabile e di dubbio gusto.
A invalidare tali «perplessità», dopo aver riconosciuto e ammirato la ricchezza e a volte la forza quasi primigenia della vicenda, basta esaminare con obiettività lo stile desultorio del racconto, il cui impasto è essenzialmente quello di un linguaggio «medio» che a volte s’innalza in balzi lirici molto vicini a un’enfasi stridente con la colloquialità del contesto; e altre volte, in maniera vistosa nelle lunghissime battute di dialogo fra Modesta e la psichiatra sua amante sulla moralità o immoralità dell’amore omosessuale, si abbassa quasi al livello di un «dibattito televisivo»; altre volte ancora - e sono i momenti migliori - vibra di orrore (ma anche di tenerezza) nel perfetto racconto delle precocissime esperienze sessuali di Modesta bambina.


Al contrario di ciò che si sarebbe portati a credere, i momenti forse più autentici dell’intero romanzo sono quelli della sconfitta, cioè dell’amara rinunzia all’impegno non solo politico, ma anche umano, causata da una ribellione anarchica vanificata dall’assenza di «misura», cioè dalla razionalità, di cui ogni tentativo di palingenesi ha bisogno per potersi «incastrare» nelle fessure di una realtà quasi sempre ostile all’uomo, in modo da costringerla ad essergli, se non amica, almeno neutrale, e dunque vivibile. Ma l’Autrice aggiunge anche un lieto fine di cui non si sentiva affatto il bisogno.

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