Le vittime dell’influenza? Uccise solo dalla psicosi

Fabio peggiora di ora in ora, difficilmente ce la farà. È in rianimazione da giorni, il suo respiro non lo senti nemmeno se ti avvicini alla bocca. Anzi, colpo di scena: ha appena sconfitto il virus, eliminato il killer che si nasconde dentro di lui, così, da un giorno all’altro. Resta all'ospedale San Gerardo di Monza in condizioni gravissime e in prognosi riservata, ma l’influenza A se ne è andata com’è venuta. O per usare le parole dei medici «solo un test è negativo al virus, ma saranno necessarie ulteriori indagini e conferme». D.G invece è morto. Aveva 51 anni, era cardiopatico, con un’insufficenza renale acuta. L’hanno ricoverato al Cotugno di Napoli d’urgenza, dopo aver scoperto che era positivo al test del virus H1N1, ma non ce l’ha fatta. Anzi no, D.G è vivo e lotta insieme a noi. Grave, gravissimo, ma vivo. E, spiega la direzione sanitaria, «non sappiamo come possa essere girata una voce del genere». Giuseppe però di sicuro non ce l’ha fatta. È tornato da un viaggio in Brasile con una fortissima influenza, dopo essere stato dimesso per due volte dall’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia. È morto. Per una meningite fulminante però. Si pensava fosse H1N1 ma non è. Certo se vogliamo essere pignoli la prima vittima italiana della suina in realtà ci sarebbe già: si chiamava Giulio Masserano, era romano, faceva l’operatore turistico. Viveva in Argentina però. Perciò non vale.
La prima vittima è arrivata in Gran Bretagna, in Spagna, in Francia, in Olanda, in Turchia, a Malta. Muoiono negli Stati Uniti, in Canada, in Malesia, in Brasile le vittime sono 657, in Messico 197, in Thailandia 130. E noi? Ancora niente. Ma finchè c’è vita c’è speranza. Aspettare la prima vittima è il nostro modo crudele di ammazzare il tempo, il tormentone dell’estate che sta finendo. Il virus, pur altamente infettivo, non ha un tasso di mortalità alto, insistono i medici con un sorriso a denti stretti. Ma ci basta una voce, un sospiro, per trattenere il fiato. Pensare che al primo malato quasi non abbiamo fatto caso. Forse perchè manco era malato: un pensionato cinquantenne appena rientrato da un viaggio in Messico insieme con la moglie. Sintomi lievissimi, appena 37 e 2 di febbre, quasi niente, guarito subito. Alla fine di luglio i casi registrati in Italia sono 320, solo quattro non riguardano turisti appena rientrati da viaggi all'estero. Ma i sismografi dell’informazione cominciano a tremare, le agenzie a sfornare statistiche angoscianti, gli italiani a sentirsi frustare la schiena dal terrore.
La vera pandemia è il panico. Che andrebbe evitato come la peste. I venti studenti contagiati durante uno stage in Francia? Stanno tutti bene, grazie. I cinquanta ragazzi bloccati in un college di York, in Inghilterra? Un po’ di terapia, un po’ di profilassi e tutto è andato a posto. Gli altri due ricoverati di Napoli? «Le loro condizioni non destano preoccupazioni». E la prima vittima ancora non c’è. Perchè la prima vittima è la linea di frontiera, è la prima vittima che ci divide dal terrore. E il terrore è l’acqua santa del diavolo. Dicono: meglio se evitate di baciarvi, perchè non si sa mai, meglio se non viaggiate troppo, almeno di questi tempi, meglio se ti fai una bella scorta di disinfettanti, perchè non sai mai cosa tocchi, tranne quando ti metti le mani in tasca per scaramanzia.
La psicosi è fatta così: più che il contagio è la paura di prenderlo che ti frega. Poi c’è sempre Raitre che ti mette di buonumore nei momenti difficili: ieri sera per esempio è andata in onda la prima puntata di «Survivors», mini serie tv prodotta dalla Bbc, che arriva nel posto giusto, cioè dopo il Tg3, ma al momento sbagliato. Racconta di un gruppo di sopravvissuti ad un virus che ha ucciso il 99,9% della popolazione mondiale. Il trailer è consolatorio: «I vaccini? Non esistono, sono un’invenzione dei governi per evitare il panico, moriremo tutti». Manco l’avesse scritta Beppe Grillo. La verità è che stiamo giocando una partita all’aperto, partiamo favoriti, ma il risultato non è scontato. La prima vittima prima o poi ci sarà. Ma tutto può farci ammalare. Soprattutto vivere.