Alle dieci di mattina, l’ora in cui a Traduerivi dovevano cominciare a piantare i pali, i pali non li ha piantati nessuno. In tutti i punti di passaggio del campeggio, San Giuliano, Traduerivi, Farmacia Viva, si è presentato quello che il movimento stesso definisce un ingente dispiegamento di forze dell’ordine. Centinaia di uomini in assetto contro una quarantina di persone, l’avanguardia che doveva montare le tende e si è ritrovata davanti un muro. Il prefetto di Torino, Donato Cafagna, ha vietato la costruzione del campeggio nei terreni espropriati della piana di Susa. E dal presidio è partito l’appello via social, quello che è già una resa camuffata da mobilitazione: chiediamo a chiunque abbia modo di raggiungerci di venire al presidio di San Giuliano.
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È la risposta dello Stato, e per una volta è arrivata prima. Non dopo le camionette in fiamme, non dopo il conto dei feriti, ma nell’ora esatta in cui si montano i pali, cinque giorni dopo Chiomonte. Piantedosi lo aveva annunciato senza giri di parole: ci saranno divieti e tante divise. E ha aggiunto che confida che nel giro di un tempo giusto le persone che hanno dato luogo agli incidenti verranno assicurate alla giustizia. Il tempo giusto, in effetti, ha già cominciato a scorrere: i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita restano in carcere, il gip ha accolto la richiesta della procura, e le accuse sono devastazione, saccheggio, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale. In udienza hanno negato tutto.
Il bilancio di sabato spiega perché stavolta nessuno abbia voluto aspettare. Quattrocentocinquanta manifestanti coinvolti negli assalti ai cantieri di San Didero e Chiomonte, oltre centoventi agenti feriti, un milione di euro di danni al solo cantiere, un’ora intera di attacco condotta da centinaia di persone vestite di nero con pietre, bulloni, bottiglie, razzi e molotov, respinta con lacrimogeni e idranti. La Lega ha chiesto di vietare campeggi, cortei e assembramenti a chi in quei giorni ha dato prova di odio, violenza e terrorismo. Il prefetto non ha usato quelle parole, ma ha fatto quella cosa.
E qui arriva la rabbia, che è l’unica reazione che questo movimento sa ancora produrre. Nel comunicato di due giorni fa i No Tav scrivevano che il monopolio della violenza dello Stato può essere messo in discussione per un pomeriggio o per un’intera nottata, e ribaltavano il vocabolario con una frase che vale come confessione involontaria: chi devasta sono gli operai di Telt e la polizia. Non prendono le distanze dagli incappucciati, li rivendicano. Vent’anni fa Antonio Ferrentino, che questo movimento lo ha guidato fino al 2005, isolava i violenti e li teneva fuori dai cortei, e i sindaci si mettevano con la fascia tricolore tra i manifestanti e i celerini. Oggi la fascia tricolore non c’è più, e al suo posto c’è un divieto prefettizio. È il prezzo che il movimento paga per aver deciso di non distinguere più.
Poi c’è la valle, quella che non urla e non sfila. In un agriturismo della piana, quando le ho chiesto della nuova tendopoli, una ragazza ha detto la frase più esatta della settimana. Mettono su un nuovo campeggio No Tav? Ma questi qui l’estate non potevano anda’ con i boy scout. sbrie Sbrigativa e devastante, perché declassa l’epica a comitiva molesta. Non discute il Tav, non discute la polizia: constata che qualcuno le ha rovinato luglio. È la voce di chi ha una stagione da lavorare in una valle che ogni estate diventa un fronte, di chi non prenota vacanze dentro un quadrilatero presidiato, di chi vede arrivare le tende come si vede arrivare la grandine.
Sono due modi opposti di stare nello stesso posto. Gli antagonisti salgono dai sentieri e poi tornano a casa il lunedì, i tedeschi con l’aereo o con il cellulare, e chi resta dentro sono la ragazza dell’agriturismo, i sindaci, i ragazzi in divisa che oggi presidiano tre incroci sotto il sole. Lo Stato per una volta si è mosso in anticipo, e ha scoperto che gli basta arrivare all’ora giusta. Il resto è una quarantina di persone che chiama rinforzi via social, in una valle dove il mito della rivoluzione ormai si misura in tende montate e in tende vietate.














