Trattoria Tina è un posto aperto appena qualche settimana fa, a Milano, il 31 di luglio, ma fornisce quella piacevole sensazione di essere da sempre là, nel quartiere di Porta Romana. In questi giorni di agosto ha lavorato indefessamente (salvo una settimana di pausa a cavallo di Ferragosto) e quasi sempre a pieno regime in un mese tradizionalmente difficile e si prepara al vero lancio di settembre con tutti i numeri per entrare nel navigatore degli appassionati meneghini.
Dietro Trattoria Tina c’è una cheffe siciliana trentenne sorridente e determinata, Arianna Consiglio, milanesizzata da tempo senza rinunciare alla sua dolcezza mediterranea, che per iniziare la sua avventura si è avvalsa di due angeli custodi di una certa rilevanza, i colleghi Matias Perdomo e Simon Press di Contraste, un ristorante stellato che è rimasto tra i pochi a fare una cucina avanguardista in una città in cui il fine dining si sta ripiegando verso codici confortevoli e tradizionali.
I tre sono soci, ma è inutile cercare teatralità e ricerca à-la-Perdomo da Trattoria Tina. Si tratta di un locale piacevole e sommesso, dall’estetica vagamente parigina, femminile nel senso meno retorico, che fa del senso della misura un punto di forza. La cucina, di cui parleremo più nel dettaglio tra poco, è onesta, pulita, fatta di ricette tradizionali interpretate con tecnica e senso del sapore e avvantaggiandosi di materie prime chiaramente di eccellenza. Il locale è minimale ma in un contesto classico, niente eccessi da museo d’arte contemporanea: un bistrot su due piani con il soffitto a cassettoni e pareti bianche senza troppi orpelli. Una scala porta a un piccolo soppalco che allarga i coperti fino a quasi una trentina. Un numero giusto che consente alla cucina di lavorare senza eccessive pressioni (con Arianna c’è soltanto Sara Meneghel) e alla sala di mantenere un buon ritmo senza perdere il sorriso.
La cucina, quindi. Il menu di Tina Trattoria è piacevolmente smilzo ed è improntato alla formula 4x4: quattro antipasti, quattro primi, quattro secondi, quattro dolci. Non è escluso in futuro che ci possa essere qualche fuori carta, ma il rodaggio non lo ha per il momento suggerito.
Tra gli antipasti ho provato un Vitello tonnato di grande eleganza, presentato senza ricerca di effetti speciali. Non sono un fan di questo piatto che ormai – dopo la rinascita telecomandata da Diego Rossi di Trippa, che peraltro lo ha appena tolto dal menu per eccesso di instagrammabilità – finisce nei menu più per moda che per reale bisogno di dire qualcosa di nuovo; ma in questo caso me lo sono goduto molto e mi dispiacerebbe se dovesse sparire in futuro dalla carta. Arianna mi ha voluto fare assaggiare anche una mini porzione della Caponata, di cui produce una versione assolutamente ortodossa, che non ha paura della parte acetata, che dona sprint e non stanca il palato. Non ho provato, invece, le Uova in salsa verde e la Battuta di fassona alla tartara.
Tra i primi Arianna mi aveva molto decantato il suo Spaghetto al pomodoro, e sono rimasto molto sorpreso quando ho scoperto che aveva deciso di farmi provare – invece – le Linguine alle vongole. Procedendo all’assaggio ho poi capito il senso della scelta: le linguine erano cremose e perfettamente equilibrate (la pasta “a vongole”, come la chiamano al Sud, è uno dei classici più insidiosi della cucina di mare italiana), il contributo educato del limone dona una buona freschezza che contrasta la grassezza dell’intingolo e anche la scelta di servire solo vongole sgusciate, se penalizza il piatto da un punto di vista della coreografia, ne facilita il consumo e di conseguenza il godimento. Ho visto girare per la sala gli altri due primi (le Tagliatelle al ragù e i Ravioli di erbette burro e salvia) e avevano entrambi un aspetto accattivante. Prossima volta.
Tra i secondi Arianna ha scelto di farmi provare le Animelle di vitello, in questo caso fritte lievemente nel burro e accompagnate da salvia e patate arrosto. Altro piatto notevole, essenziale, in cui il delicato tono lattico della materia prima vira morbidamente sull’amaro. Chi non ama le animelle (e ce ne sono tanti) può andare a colpo sicuro sull’Arista di maiale al latte con fagiolini, sull’Insalata di trippa con sedano, limone e prezzemolo e sull’Arrosto di manzo all’inglese con rucola, senape e miele.
Infine i dolci: ho provato una Torta caprese di ottima fattura (anche se io la preferisco più bassa e compatta), mentre il Tiramisù che ho sbirciato nei tavoli vicini al mio mi è apparso classicissimo (e quindi goloso). Altre opzioni: il Gelo di cannella e la Panna cotta alle pesche.
La carta dei vini, selezionata dal sommelier Stefano Cavaterra, conta al momento una quarantina di referenze: poche forse (cresceranno) ma ben scelte e presentate. Il servizio è gentile, io ho avuto a che fare con Valeria, molto brava.
I prezzi sono onesti per gli standard milanesi: antipasti tra i 10 e i 15 euro, primi tra i 14 e i 18, secondi tra 20 e 24, dolci tutti a 8 euro. A fare una cena completa si spende una cinquantina di euro vini esclusi, ma il conto può essere più lieve saltando una portata, come ormai fanno quasi tutti. Il coperto costa 3 euro, 2 euro per l’acqua. Un bancone bar presenta un piccolo assortimento di amari e grappe.
Un locale che per il mio giudizio aggiusterà quel poco che c’è da aggiustare (ma chi è perfetto durante il rodaggio?) entrerà a pieno titolo tra le migliori trattorie di Milano, di quelle attendibili e oneste, che non giocano su cliché e su furberie.
Trattoria Tina si trova in via Altaguardia, 16 (tel. 0239622378) ed è aperta solo a cena, dal martedì al sabato. Arianna sta pensando a uno o due giorni di apertura anche a pranzo ma è tutto ancora da studiare. Vi terrò aggiornati.
