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Musica

Luca Pollini: “La cultura alternativa si è fermata a Woodstock”

Il direttore di “Re Nudo” prepara un viaggio sulle tracce della musica degli anni ’60 e ’70, dalla California all’India

Woodstock violò i confini fra l'artista e il pubblico

Nel 1976, a sedici anni, era sotto il palco del Parco Lambro. Oggi Luca Pollini dirige Re Nudo, la rivista della sinistra alternativa, fondata da Andrea Valcarenghi. Pollini accompagnerà i lettori in viaggio sulle tracce della controcultura: da Woodstock all’India dei Beatles (presentazione delle date a Milano, 19 novembre). Ne parliamo con lui.

Gli hippie nascono contro il conformismo borghese, ma presto si danno abiti, gergo e rituali propri. Non è un paradosso?

«Non direi. Gli abiti li prendevano in prestito da altre culture. Il jeans rotto era rotto perché consumato, non come oggi che li strappano e costano di più. A Monterey uno stava in vestaglia, un altro col colbacco, un altro con la giacca da generale. Non era una moda. Anche le comuni nascono per necessità: si condivideva tutto, la casa, l’ideologia, perfino il partner. Ravi Shankar e gli Who suonavano per lo stesso pubblico».

Woodstock, agosto 1969. Fu una tre giorni di pace, amore e musica. Ma fu anche caos organizzativo e business.

«Il caos sì: aspettavano ventimila persone, ne arrivarono cinquecentomila. C’era da mangiare per ventimila, le strade erano bloccate, gli artisti arrivavano in elicottero e il budget è saltato subito. Il business no, gli organizzatori ci hanno perso un sacco di soldi. Tre giorni sotto la pioggia, nel fango, senza mangiare, e non è successo niente: un miracolo ma anche un segno di maturità».

Le esibizioni migliori?

«Joe Cocker, senza dubbio. Santana, che non era nessuno e ne uscì famoso. E Richie Havens: doveva aprire con mezz’ora di set, ma gli altri non arrivavano e gli dicevano continua, continua. Andò avanti molto più del previsto e alla fine improvvisò Freedom. Musicalmente però non fu un grande concerto: pioveva, c’erano cavi scoperti, i Grateful Dead presero la scossa. Ma a Woodstock tutti volevano esserci. Per tre giorni fu una nazione libera: il Paese che non voleva essere invaso dai capelloni finì per ospitarli e sfamarli».

Quattro mesi dopo c’è Altamont. Mega raduno voluto dai Rolling Stones. Ci scappò il morto. Lì finisce il sogno?

«Era già finito. Nell’ottobre del 1967 a San Francisco celebrarono il funerale dello hippie: avevano capito che peace and love non sarebbe diventato lo slogan del mondo. Poi l’hashish fu sostituito dall’eroina, uccisero Martin Luther King e Bob Kennedy. Woodstock fu il canto del cigno. E l’inizio di altro: le case discografiche videro mezzo milione di ragazzi sotto la pioggia per il rock e cominciarono a investire».

Veniamo all’India. Che cosa cercavano i Beatles a Rishikesh?

«Il silenzio. Avevano venticinque, ventisette anni, erano baronetti, ricevuti dalla regina, Sgt. Pepper aveva venduto milioni di copie. Nel 1968, mentre l’Europa esplode, salgono su un aereo e vanno a meditare ai piedi dell’Himalaya. Forse avevano avuto tutto e quel tutto non bastava. Li portò George Harrison, che aveva scoperto il sitar sul set di Help!, era andato a studiare da Ravi Shankar e infine l’aveva messo in Norwegian Wood. Il più furbo però fu il Maharishi, che cavalcò l’onda della popolarità dei suoi visitatori: un Osho ante litteram».

Dopo i Settanta molti militanti passano dalla politica alla spiritualità. Perché?

«Spiritualità è una parola grossa. Era gente che aveva bisogno di un capo. Nei gruppi extraparlamentari c’era sempre un leaderino che decideva. Quando Lotta continua si scioglie e il movimento finisce tra autonomia e terrorismo, i militanti restano spiazzati. E vanno dal maestro di turno, che li fa meditare, mangiare macrobiotico, abbracciare gli alberi. Dal capo del servizio d’ordine al guru».

Cosa ricorda del Parco Lambro?

«Ci sono stato due volte, mi portava un amico più grande. Scene buffe: la polizia che guardava quelli di sinistra picchiarsi tra loro. De Gregori ventiquattrenne, Finardi, gli Area non ancora affermati, Gaber, il Canzoniere del Lazio. Tutto gratis, applausi per tutti. Una piccola Woodstock fatta in casa».

Poi, nel 1976, espropri e tensioni. Cosa era cambiato dal 1974?

«Il festival era cresciuto a dismisura, nell’organizzazione erano entrati i gruppi extraparlamentari, era diventato la festa del proletariato giovanile: politica più che arte. Arrivano gli autonomi, con lo slogan la musica non si paga, i cantanti contestati perché vivevano di musica. Un conto è riempirsi la bocca nelle assemblee, un conto è gestire una massa che chiede da dormire e da mangiare. Il Lambro del ’76 ha mostrato l’incapacità della sinistra di costruire un modo di vivere alternativo».

E i ragazzi di oggi? Le rivolte di questi giorni?

«Non sono tutti scapestrati. Laurearsi non garantisce un lavoro e lavorare non garantisce l’autonomia. Certo, c’è chi spacca le vetrine per rubare una tuta: al Lambro si rubava il cibo, oggi i simboli del capitalismo. Ma questa è criminalità. Poi c’è il malessere vero. Ai miei tempi il futuro mi aspettava a braccia aperte, oggi è quasi una minaccia. Oggi nessuno fa niente per il futuro».

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