La notizia economica della settimana è stata la quantificazione del deficit (la differenza tra entrate fiscali e spese pubbliche) 2025 oltre il limite del 3%, che per la Commissione Ue impedisce l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione. Un’uscita che – a grandi linee - permetterebbe al governo di avere più flessibilità nelle tasse e nella spesa pubblica. Il punto è che, per la prima volta, il mancato obiettivo del 3% suona un po’ come una beffa.
Eurostat ha confermato il dato Istat del 3 aprile di un disavanzo pari a 69,381, che calcolato sul Pil (2.259 miliardi nel 2025) pesa per il 3,07%. E si arrotonda al 3,1%. Stare sotto al 3% era dunque una questione di una manciata di milioni. Quindi non siamo di fronte a una spesa pubblica fuori controllo.
Anche perché le spese finali sono anche il risultato della contabilizzazione tardiva di alcune spese effettuate in anni precedenti: è il caso, soprattutto, dei pagamenti ritardati del superbonus edilizio, di cui tanto si è parlato in questi giorni. In altre parole soldi già “spesi”, ma iscritti nel bilancio solo nel 2025. Ma non è tutto: ad aggravare il senso di beffa è quello che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto in conferenza stampa e che è stato poi dettagliato da altre cronache finanziarie: dentro a quelle spese ritardate relative al superbonus, ci sono anche fatture che il Mef ha contestato.
Ritiene non vadano pagate e, probabilmente, genereranno un contenzioso. Avvicinandosi alla scadenza del 31 dicembre dello scorso anno, ha detto il ministro Giorgetti, sono arrivate «una montagna di fatture», attualmente sotto esame di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate, con «notevolissime anomalie» già riscontrate. Si parla di un importo nell’ordine di almeno 600 milioni di euro di sconti fiscali, che quindi non sono dedotti dal disavanzo e che non dovevano entrare nel computo del deficit.
A supporto di questa, peraltro ragionevole, posizione c’è il fatto che già in passato fatture di questo tipo sono state prima contestate e poi definitivamente annullate perché frutto di errori o, peggio, di truffe. Ci troviamo quindi di fronte a una doppia beffa. La prima è quella di considerare tra le spese del 2025 alcuni esborsi avvenuti in anni precedenti; la seconda è che tra le fatture conteggiate esistono spese che non verranno mai realmente versate. Certo, quando ci si riduce al “corto muso”, per usare un termine ippico diventato famoso anche nel calcio, i rischi di perdere la gara sono molto elevati.
Ma a ben guardare, visto anche il contesto geoeconomico particolarmente complicato, poteva andare anche meglio e – a parità di politiche economiche – oggi il Mef festeggerebbe una vittoria storica. Invece è arrivata la beffa. E i beffati siamo noi, i cittadini italiani che anche con la prossima finanziaria, quella per il 2027, avranno poco da guadagnare.