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Inflazione e crescita rallentata. Bce e Fed sapranno scegliere il male minore?

Nel mese di giugno, ormai alle porte, si capirà dove ci porteranno le due principali banche centrali del mondo

Inflazione e crescita rallentata. Bce e Fed sapranno scegliere il male minore?
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Nel mese di giugno, ormai alle porte, si capirà dove ci porteranno le due principali banche centrali del mondo. Di fronte alla ripresa dell’inflazione e a una crescita economica che rallenta ovunque, Bce e Fed devono decidere qual è il male minore. Per entrambe, infatti, la situazione è la peggiore che si possa immaginare: il rischio della stagflazione, cioè la stagnazione dell’economia, con inflazione crescente. In questa situazione, alzare i tassi significa frenare l’inflazione ma uccidere la crescita; mentre al contrario, abbassarli, favorisce l’economia ma lascia ai prezzi la prateria sconfinata verso rialzi incontrollabili. In entrambi i casi, si sbaglia. Cosa decideranno Bce e Fed?

Le previsioni degli analisti portano verso una strada paradossale: nell’eurozona, dove l’inflazione è più bassa, intorno al 3% in aprile, si dà ormai per scontato un rialzo di 0,25% dopo il quale, entro l’anno, ne potrebbero arrivare altri due. Mentre negli Usa, dove l’indice dei prezzi sfiora già il 4%, l’ipotesi di un rialzo dei tassi è tutt’altro che sicura, tanto che esiste anche la possibilità addirittura opposta. Il paradosso si completa si se guarda al Pil: quello della zona euro, per il 2026 è atteso in aumento di appena lo 0,8%, mentre per gli Usa la media raccolta da Bloomberg è di oltre il 2,1%. Quindi sembra che i banchieri di Francoforte siano ossessionati dall’inflazione al punto da essere pronti a portarci in recessione, mentre i colleghi americani, più simili alle cicale della celebre fiaba, si curano soprattutto della crescita, poco importa se drogata dall’aumento dei prezzi. D’altra parte, è anche vero che i tassi ufficiali europei, oggi al 2%, sono quasi la metà di quelli americani (fissati tra 3,5 e 3,75%).

L’opposta visione dell’uso della politica monetaria è lo specchio dei due diversi Dna che si sono formati di qua e di là dall’Oceano. In Europa, riflette il modello tedesco, che fa della lotta all’inflazione il fondamento della stessa Banca Centrale Europea. Negli Stati Uniti prevale invece l’obiettivo della piena occupazione. Allo stesso tempo, inoltre, la Bce non ha un potere politico di riferimento: è al servizio delle 21 nazioni che hanno adottato l’euro e per questo è più autonoma. La Federal Reserve, come si vede particolarmente bene con la presidenza Trump, subisce invece maggiori condizionamenti dal potere esecutivo. E questo vale oggi più che mai, con il nuovo presidente Kevin Warsh salito al vertice della Fed solo dal 22 maggio scorso. Immaginare che come sua prima mossa alzi i tassi d’interesse, scenario che Trump vede come il fumo negli occhi, non pare verosimile.

Dopodiché, ogni considerazione lascerà presto il campo ai fatti.

Di sicuro per noi italiani il rischio di una nuova salita dei tassi d’interesse, come fu nel 2022-23, è uno scenario che fa paura e che dobbiamo sperare, di qui alle prossime due settimane, venga cancellato dal soffio deciso di forti venti di pace internazionale.

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