Le ultime stime di Confcommercio sugli effetti della crisi di Hormuz partono dalle differenze di crescita e inflazione attesi per il 2026 tra prima e dopo lo scoppio della guerra in Iran. Prima il Pil era previsto in crescita dell’1%, ora, nello scenario di un prezzo del petrolio che resta sopra i 100 dollari per il resto dell’anno, sono di appena lo 0,3% e dello 0,4% nel 2027. Mentre l’inflazione, che veleggiava a +1,5%, sta andando verso un picco tendenziale del 6% atteso a dicembre. Così, in questo che è lo scenario al momento peggiore, nel biennio 2026-2027 la perdita stimata arriva fino a 963 euro per famiglia. Perdita che, se il conflitto si fermasse subito, sarebbe comunque nell’ordine dei 400 euro a famiglia. Come sempre qui si parla di media, quella che Trilussa ricordava quando faceva l’esempio di chi mangia due polli e chi invece non ha niente: per la media hanno mangiato un pollo a testa. Quindi la domanda è: chi sono quelli che rischiano di restare senza pollo?
Secondo le statistiche dell’Istat i più a rischio sono: le famiglie numerose, i giovani single, gli operai e, naturalmente, i disoccupati. Queste categorie corrispondono a chi spende una quota maggiore del proprio budget in tre tipi di spese: alimentari, trasporti e bollette. Sono i più vulnerabili, perché sono queste le voci sulle quali prima e più di altre si abbatte l’inflazione. Le chiameremo “necessità”. Se per la media delle famiglie italiane le necessità pesano per il 42,3% (1.164 euro su 2.755 di spese totali mensili), per i disoccupati (in cerca di occupazione) sale fino al 52%, con 980 euro su 1.885 mensili. Un’incidenza che, tra l’altro, è già cresciuta del 2% dal 2019 al 2024 (per Covid e Ucraina). Per gli operari le necessita sfiorano il 50%, anch’essi +2% sul 2019. Per le coppie con 3 o più figli siamo al 46,1% (e +2,1% dal 2019); mentre per i giovani single (18-34 anni) siamo al 44,6% (e prima del Covid le necessità pesavano meno del 42%). Completa il quadro la statistica geografica: le regioni del Sud sono quelle in cui il peso delle necessità sul totale delle spese è il più elevato, con la Calabria in testa al 50,5% (+5,4 punti dal 2019): la spesa minacciata dai rincari è di 1.047 euro sui 2.075 totali mensili. Seguono Campania e Basilicata, Sicilia e Puglia. All'opposto, le regioni meno esposte sono quelle del Nord-Est e il Centro (Toscana, Lazio, provincia di Bolzano sono al 32,6%). Parimenti, più sono grandi le città, più la concorrenza calmiera l’inflazione; più sono i piccoli i centri abitati, più i rincari colpiscono le famiglie.
L’analisi ci dice due cose, entrambe peraltro intuitive. La prima è che il conto della guerra è già molto salato e che è nelle spese di necessità che bisogna cercare di risparmiare.
La seconda è che i provvedimenti che il governo intende prendere per venire incontro ai cittadini non possono certo essere “a pioggia”, bensì mirati alle categorie e alle zone più vulnerabili: sono loro quelli che ne hanno assoluto bisogno.