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L'arbitro si volta e lo mette K.O: rissa da bar sul ring

Nel settembre 2011 gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulla finale dei pesi welters tra il redivivo Floyd Mayweather e il campione in carica Victor Ortiz: tra pugni e testate finirà come in un saloon

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Las Vegas, MGM Grand Garden Arena, 17 settembre 2011. Fuori il deserto è nero e immobile, dentro la luce è bianca, verticale, senza ombre. Ventimila persone prendono posto come in una liturgia laica, con i bicchieri di plastica ricolmi e i telefonini già accesi. È la notte in cui Floyd Mayweather torna sul ring dopo il carcere e sedici mesi di assenza, ed è la notte in cui Victor Ortiz, già campione mondiale dei pesi welters, è chiamato a confermarsi.

Ci si arriva così: con una carriera perfetta da una parte e una ancora fragile dall’altra. Mayweather è imbattuto, impermeabile, ricco come una multinazionale e tutto sommato ancora solido, malgrado i recenti guai con la legge. Ortiz è più giovane, più emotivo, cresciuto nella povertà e protagonista di una biografia che sembra sempre sul punto di rompersi. La sfida è venduta come un passaggio di testimone possibile, forse necessario: il vecchio re contro il ragazzo che non ha ancora imparato a essere cinico. Tra i due, del resto, intercorrono dieci anni di differenza.

Quando entrano, il pubblico si alza in piedi. Mayweather cammina lento, cappuccio dorato, sguardo di chi non cerca approvazione. Ortiz corre quasi, salta, agita le braccia come se dovesse convincere se stesso prima ancora degli altri. I primi round sono un esercizio di geometria. Mayweather misura, arretra di mezzo passo, punisce con colpi brevi, invisibili. L'altro, il pugile del Kansas, avanza, spinge, prova a sporcare il match con il corpo, con la fatica, con l’urgenza. Ogni tanto riesce anche a toccarlo, ed è già una notizia. Il pubblico rumoreggia, si illude. Forse non è una formalità, forse il copione può essere riscritto.

Tutto sembra procedere nei ranghi di un normale incontro di boxe, ma nel quarto round succede qualcosa di totalmente imprevedibile. Ortiz colpisce Mayweather con la testa, in modo del tutto irregolare, istintivo, violento. Floyd sgrana gli occhi, si tocca la pelle dolente, barcolla, protesta. L’arbitro ferma tutto, richiama, separa. È una pausa strana, sospesa, come quando a teatro si spegne un riflettore e nessuno sa se lo spettacolo continuerà.

Victor si avvicina, chiede scusa. Lo fa con il corpo prima che con le parole: abbassa le mani, accenna un abbraccio, cerca una tregua improvvisata, quasi infantile. Per un attimo il ring non è più un campo di battaglia, ma una stanza piccola dove due uomini respirano la stessa paura. Ortiz abbraccia il suo avversario e lo bacia sulle guance, domandando solennemente scusa.

Mayweather ascolta. Sembra accettare. Ma quando l'arbitro è girato e Ortiz sembra chiedere se possono ricominciare, colpisce. Un destro, poi un sinistro. Puliti. Tecnici. Definitivi. Victor cade all’indietro, come se qualcuno avesse spento l’interruttore. Il pubblico grida, metà per esultare, metà per capire. L’arbitro conta, Ortiz non risponde. È finita.

Il regolamento assolve Mayweather. La serata, però, resta ambigua. Perché la boxe vive proprio qui, in questo spazio stretto tra legalità e lealtà, tra furbizia e tradimento. Mayweather resta imbattuto, perfetto, intatto come una formula matematica. Ortiz resta a terra con una lezione che non si insegna in palestra: sul ring la fiducia dura quanto un secondo di distrazione.

Dopo il match l'indignazione collettiva tracima. Due scorrettezze del genere, da rissa pura, non si vedevano da tempo. Le versioni dei diretti interessati sono, ovviamente, agli antipodi. "Ho un concetto relativo di sportività? Attenti a dirlo, perché sono stato colpito deliberatamente con una testata - spiega Mayweather - E' stato un colpo sporco che poteva essere molto pericoloso. Ho il dovere di proteggermi in ogni momento ed è ciò che ho fatto. L'arbitro ha dato il via alla ripresa del combattimento, ci siamo toccati i guantoni e da quel momento per me è di nuovo 'fight time'. Quindi l'ho messo giù con un sinistro e con un destro. Questo è tutto, non ho commesso infrazioni, e in ogni caso se Ortiz vuole una rivincita sono pronto a dargliela".

Ortiz però non ci sta: "Ho colpito con la testa e non volevo farlo intenzionalmente. L'arbitro ha interrotto il match e mi ha richiamato, dando il break, insomma io ho fatto ciò che lui mi aveva chiesto. Guardavo Cortes per sapere cosa dovevo fare e poco dopo mi sono risvegliato dopo essere finito al tappeto.

Mayweather ha voluto vendicarsi a freddo per l'episodio della testata, ma purtroppo sono cose che nella boxe succedono ed io non sono perfetto".

Le luci comunque si abbassano lentamente. Fuori, Las Vegas continua a scintillare. Dentro, invece, si è appena consumata una delle pagine più tetre della boxe internazionale.

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