Gli americani riscoprono la storia della schiavitù

È nato il Civil Right Trail, percorso in 14 Stati composto da un centinaio di luoghi simbolo

da Rock Hill (Sud Carolina)

Sembra di stare su uno spazzaneve ciclopico, il mostro procede con il pilota automatico in un mare di filari bianchi, il motore soffia regolare e monotono, nell'aria una nuvolaglia di batuffoli. Robert Riley non guarda nemmeno davanti a sé, fa dei conti sull'iPhone e quando s'accende la spia schiaccia il bottone per scaricare dal deretano della John Deere una balla di cotone da una tonnellata, già imballata: «Ogni balla sono quasi 5mila euro. Faccio dieci acri l'ora», spiega il ragazzo, «ai tempi di mio bisnonno per dieci acri ci volevano settimane e decine di uomini di neri intendo».

Il cotone è tornato a imbiancare il Sud Carolina e gran parte del maestoso paesaggio degli stati ex confederati, rende mille dollari in più a ettaro rispetto a mais e soia. Cresce la richiesta dal tessile di lusso in Europa, soprattutto in Italia. Ma anche dai marchi americani che ora puntano sul patriottico made in Usa. Fanno tutto queste picker grandi quanto una casa bifamiliare, nessun raccoglitore s'insanguina più le mani con le maledette foglie dentate. Il bianco tuttavia evoca un altro made in Usa, la tragedia dei neri negli stati del Sud: 12 milioni di uomini strappati dall'Africa, la schiavitù sviluppata su scala industriale, macchina per il profitto della nazione giovane e spregiudicata. «Dobbiamo chiederci com'è accaduto che l'America sia diventata tanto prospera in così poco tempo, mentre i Paesi europei hanno impiegato millenni. È solo grazie allo schiavismo. La guerra civile è scoppiata perché il Sud rischiava di perdere la fonte del miracolo economico», dice Trinda Bird, 29 anni, vestita come i suoi antenati acquistati dalla piantagione di Brettonsville nell'Ottocento. Laureata in scienze politiche, Trinda nei fine settimana entra nella parte e restituisce «dignità e verità» alla sua gente: «Purtroppo è un tabù soprattutto per noi afroamericani, proviamo vergogna a parlarne, ma è la nostra storia e mai come ora è necessario raccontarla. In questo Paese si sono compiute delle atrocità senza mai un ufficiale mea culpa, non hanno neanche mai abolito per legge il linciaggio perché significherebbe confessare l'inconfessabile. Si pensa che per ristabilire i conti basti consegnare l'Oscar a film tipo Green Book».

Nella Cotton Belt è la stagione della raccolta e della catarsi. L'America ha a lungo rimandato l'esame di Storia. Ora sembra arrivato il momento. Sarà per l'emozione generata nel 2018 dal cinquantesimo dell'assassinio del reverendo King, per quel suo sogno di giustizia quanto mai attuale. Sarà perché è la Storia stessa che a un certo punto si para davanti a noi e pretende di essere guardata negli occhi senza infingimenti. Così, in sordina, ma sulla base d'un progetto ambizioso, è nato il Civil Rights Trail, (https://civilrightstrail.com) percorso lungo quattordici Stati e composto di un centinaio di siti simbolici, piantagioni, caffetterie, università, chiese, piazze, tribunali Per raccontare che cosa è accaduto alla gente nera d'America, dalla schiavitù al periodo del «codice Jim Crow», quando furono stabilite le leggi sulla segregazione, fino alle lotte per i diritti sfociate in sanguinosi scontri negli anni Sessanta. Newsweek, presentando ad esempio quello che è il simbolo di questo laico pellegrinaggio, cioè il Peace and Freedom Memorial di Montgomery, Alabama capolavoro d'architettura museale afroamericana dedicato ai quasi 5mila neri linciati fino agli anni Sessanta, ispirato al Memoriale dell'Olocausto di Berlino - ha parlato di «terapia civile». In effetti il Trail, più che un viaggio, è una sofisticata e scioccante esperienza fondata sulla memoria e la testimonianza; e contribuisce a liberare il Sud da quel nodo di sensi di colpa che gli hanno impedito di mostrare, addirittura agli stessi americani del Nord, la sua seducente identità culturale e struggente bellezza. In pochi mesi il successo di viaggiatori lungo il Trail è diventato un fenomeno ben più che turistico. «Con la mia famiglia e i nostri amici abbiamo viaggiato ovunque, ma non eravamo mai venuti al Sud», ha raccontato Susan Mall, una signora di San Francisco incontrata sul ponte di Selma, Alabama, teatro del Bloody Sunday del 1965 con le cruente repressioni contro i dimostranti per il diritto al voto: «Abbiamo deciso che era tempo di affrontare la nostra Storia. Per noi è stato un viaggio sconvolgente. Il Trail ci ha resi americani migliori».

A Raleigh, in Carolina del Nord, sono i giovani studenti di colore di oggi a raccontare come alla St. Agustine University si siano gettate le basi della protesta anti segregazionista non violenta e successivamente dell'élite intellettuale afroamericana. A Rock Hill, Sud Carolina, è invece un anziano David Williams, seduto sullo stesso sgabello di allora, a spiegarci cosa accadde il 12 febbraio del 1960 quando con alcuni amici neri decise d'entrare nella caffetteria segregata e di farsi arrestare: «Rifiutammo l'uscita su cauzione. Da lì prese piede in decine di città il movimento dei sit-in, migliaia di ragazzi si sedevano nei locali vietati e finivano in galera facendo andare in tilt il sistema carcerario». A Birmingham, Alabama, Evelyn Williams ripercorre le tappe di quei giorni di febbraio del 1963 quando le bombe dei terroristi segregazionisti facevano saltare in aria anche le chiese, uccidendo cinque bambini, e lei ragazzina veniva addestrata a sopportare i morsi dei cani nelle manifestazioni: «Il Nord non è senza colpa», ci tiene a dire, «anzi il razzismo oggi abita nelle grandi metropoli dove un nero ha tre volte più possibilità di essere sparato dalla polizia rispetto a un bianco».

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