Anche una escort minaccia la libertà di stampa...

Patrizia D’Addario cita per danni tre quotidiani e una radio. In attesa delle manifestazioni di sostegno, vi diciamo perché ci chiede 200mila euro. Sdegno, alla escort barese un bel girotondo in risposta non glielo toglie nessuno

Anche una escort minaccia la libertà di stampa...

Un girotondo intorno a Patrizia. In piazza, tutti. Non si può restare silenziosi davanti a una cosa del genere. Dov’è il sindacato? Dove sono i difensori civici dei giornali? Non c’è neanche un’agenzia, né una telefonata di solidarietà. Neanche la pietà. È appena arrivata una querela grande così: duecentomila euro di risarcimento richiesto e soprattutto la voglia di zittire la libera stampa. La D’Addario minaccia la libertà di informazione, stringe la morsa sui direttori dei quotidiani, sui loro redattori, sull’intera categoria. Il silenziatore sulle notizie. Settantuno pagine di intimidazioni: una querela completa, puntigliosa, arrabbiata. Un attacco, anzi un attentato. Il plico è arrivato ieri sui nostri tavoli e contemporaneamente su quelli di Libero, della Gazzetta del Mezzogiorno, di Radio Capital. Dentro c’è il solito mezzo che i potenti hanno per zittire i giornali e quindi i loro lettori: la richiesta anticipata di danni, cosicché i quotidiani, i periodici, le radio e i tg, non parlino più male di nessuno. Patrizia D’Addario non accetta le critiche, né le domande.
E la Federazione nazionale della stampa che fa? Il Giornale, Libero, Radio Capital e La Gazzetta del Mezzogiorno fanno quasi mezzo milione di lettori e altrettanti ascoltatori. Non potranno più essere informati perché questo non è un Paese normale, per dirla alla Massimo D’Alema: no, qui la signora D’Addario è una minaccia, una presenza che limita la libertà d’espressione, rende vuoto il ruolo dei giornali e dell’opinione pubblica. E lo fa col mezzo più odioso: la querela.
Qui ci vuole una reazione indignata, una mobilitazione di categoria. Siamo sicuri che arriverà. Magari un po’ lenta, ma arriverà. Non è possibile che il presidente della Fnsi lasci passare questo scandalo. Non è assolutamente immaginabile che i consumatori accettino che la stampa venga limitata dal potere occulto della signora D’Addario. Si stanno solo organizzando: il 19 saranno tutti in piazza a protestare, con un bavaglio sulla bocca di sicuro e i cartelloni con le foto della signora barese: «Patrizia opprime l’informazione». Bisogna leggerle le 71 pagine per capire che questa è una bieca forma di dominio della stampa. Adesso capiamo come devono essersi sentiti i colleghi di Repubblica, quando Berlusconi ha deciso di querelarli. Ne avevamo avute altre di querele, ma mai come questa. Adesso che tocca anche a noi comprendiamo. Patrizia «non accetta la libera attività giornalistica d’inchiesta», Patrizia «chiede di bloccare l’accertamento della verità», Patrizia mostra «l’insofferenza verso ogni forma di controllo».
È inaccettabile, è inammissibile. La categoria si deve ribellare, ne va della sua credibilità. Patrizia è una minaccia reale, perché evidentemente crede di vivere al di sopra delle regole. Non può che essere così, dai. Perché bisogna leggere quello che scrivono i suoi avvocati. Si indignano perché qualcuno l’ha definita «La bionda col registratore che ha preso solo sette voti». Insopportabile, questo. I giornali insultano, i giornali offendono. E gli avvocati scrivono: «Possiede un nome e un cognome, è evidente la connotazione dispregiativa del commento relativo ai voti ottenuti dalla stessa». L’intervento del sindacato dei giornalisti non può ritardare troppo, ne va dell’immagine e del prestigio della categoria. «Connotazione dispregiativa» è il classico espediente per far capire che vogliono controllarci tutti, che ci tengono sulle spine, che stanno dicendo ai nostri editori che da qui non si va più avanti, ma solo indietro. Patrizia usa l’informazione. Come fa la Fnsi a non intervenire? Dài. Vedrete che stanno solo aspettando il 19 settembre, la grande manifestazione per tutelare i giornalisti e il loro ruolo, per preparare la difesa più strenua e decisa, per non lasciare cadere nel vuoto le provocazioni della D’Addario e per difendere i giornali vittime di queste intimidazioni. Così i parlamentari che in questi giorni si sono scagliati contro l’uso della querela. Ci saranno anche loro, col Giornale sotto il braccio, oppure con Libero, o con la Gazzetta del Mezzogiorno. Poi tutti con le cuffiette sintonizzate su Radio Capital. L’orgoglio di un mondo che non si lascia intimidire dalle carte bollate. Poi Radio Capital è proprio una beffa: è la radio del gruppo Repubblica, che adesso si trova tra le querele di Berlusconi e quelle di Patrizia. Un inferno. Un attentato alla civiltà. E al giornalismo, che non è affatto sacro né puro, ma qui viene contestato anche per cose che neanche i giornalisti capiscono, figuriamoci gli avvocati. Al Giornale, per esempio, Patrizia contesta persino il colore degli occhielli: rosso. «La particolare veemenza è data dai titoli in grassetto». È ironica? È seria? Se è vero, sembra comunque finto. Qualcosa che i fanatici della libertà di stampa considerano gravissimo: è lesa maesta della grafica.
La escort cita in giudizio anche chi ha riportato queste dichiarazioni dell’ex onorevole Salvatore Greco: «Però questa è proprio una professionista, insomma una poco di buono... ». I suoi avvocati si indignano: «Le suddette dichiarazioni risultano offensive, denigratorie, ingiustificate, prima ancora che inveritiere. D’altro canto, ove mai si volesse ritenere che le dichiarazioni di Greco fossero fondate - posto che la prostituzione in Italia non è reato - la diffamazione deve in ogni caso considerarsi concretata». Abbiamo sentito le intercettazioni in cui Patrizia si lamenta di non essere stata pagata. Siccome chi le ha divulgate non è citato nella querela, dobbiamo presumere che siano vere, quindi è certo che Patrizia pretendeva soldi, cioè era una prostituta. La prostituzione non è reato, certo. Lasciare intendere che una la esercita, invece sì. È diffamazione. Allora querela. Cioè la minaccia alla libertà di stampa. O vale per tutti, o per nessuno.