Argentina '78, quando i mondiali li vinse il regime di Videla

Un libro di Llomo e ora tradotto anche in italiano racconta l'edizione più lugubre della rassegna iridata. Mentre Kempes segnava e l'oppositore tollerato Menotti guidava l'«Albiceleste» al trionfo, altri 63 «desaparecidos» si aggiungevano alla lista

Fu il momento di maggiore popolarità del regime militare di Jorge Videla. E anche quello in cui il mondo si rese maggiormente complice delle sue violenze. A pochi giorni dall'inizio dei Mondiali di calcio in Sudafrica un libro ripercorre le vicende dell'edizione più lugubre della più grande kermesse sportiva dopo le Olimpiadi, l'edizione 1978 che l'Argentina ospitò e vinse. Mentre sul campo Mario Kempes, Daniel Bertoni, Osvaldo Ardiles vincevano una partita dopo l'altra - alcune limpidamente, altre meno, come quel chirurgico 6-0 al Perù che garantì l'accesso alla finale alla squadra di Luis Cesar Menotti per la migliore differenza reti rispetto al Brasile - il regime militare insediatosi il 24 marzo 1976 (quel giorno tra l'altro era in programma l'amichevole Argentina-Brasile) continuò a uccidere, a imprigionare, a torturare. Si calcola che nel mese del giugno 1978 in cui si svolsero i Mondiali, altri 63 desaparecidos si aggiunsero alla terribile lista.
Non a caso si chiama «I Mondiali della vergogna» il libro che Pablo Llomo ha dedicato alla ricostruzione di quel mese di 32 anni fa (edizioni Alegre, 224 pagine, 15 euro), con la prefazione di Giuseppe Narducci, il magistrato appassionato di calcio che ha fatto da pubblico ministero nell'inchiesta di Calciopoli. Insomma, uno che al «lato b» del pallone ci è abituato. Come del resto Llomo, che nel 1978 da giornalista seguì i Mondiali di calcio per conto del più importante quotidiano di Buenos Aires, Clarin, e che poi negli anni seguenti, da avvocato, patrocinò diverse famiglie di desaparecidos o assassinati da Videla.
In realtà Videla - che era al potere da poco più di due anni - quei mondiali se li ritrovò come cadeau della storia: erano stati infatti assegnati all'Argentina di fatto già nel 1964, quando vennero dati al Messico quelli del 1970 e in base alla regola allora ferrea dell'alternanza Europa-America era stato deciso che i successivi del continente americano sarebbero stati dati A Buenos Aires. Quindi i Mondiali argentini non erano nati come il palcoscenico del dittatore. Ma questi decise di sfruttarli al massimo per ottenere il consenso del popolo se non addirittura del mondo intero. Mondo che per la verità non esitò poi molto a decidere di partecipare alla grande festa del calcio a pochi metri dalle prigioni in cui languivano decine di migliaia di oppositori politici: si disse che Svezia, Francia e Olanda avessero pensato al boicottaggio, ma poi rinunciarono e anzi furono proprio gli arancioni olandesi a sfidare i padroni di casa nella finale al Monumental di Buenos Aires, vinta dagli argentini 3-1 ai supplementari. Qualcuno volle credere anche che l'assenza di Johann Crujiff, all'epoca il più grande calciatore vivente, fosse un gesto di protesta politica; ma fu lo stesso calciatore olandese, anni dopo, a spiegare che no, non era quello il motivo della sua assenza: se non altro, la dimostrazione di una non comune onestà intellettuale...
Il volume di Llonto racconta tutti gli aspetti dei «Mondiali della vergogna», dal ruolo di Carlos Lacoste, il capitano di vascello e futuro presidente argentino a cui spettò l'organizzazione della rassegna; alla vicenda di Julio Cesar Menotti, l'allenatore della «Albiceleste», notoriamente non un sostenitore di Videla eppure tollerato dal regime perché considerato l'unico tecnico in grado di far vincere il primo mondiale all'Argentina; dai metodi con cui i militari riuscirono a ottenere il silenzio dai 5mila giornalisti di tutto il mondo che poterono scrivere solo di calcio, evitando ogni riferimento alla società, alla politica e all'economia del Paese che li ospitava; ai modi spesso sporchi con cui l'Argentina riuscì a vincere i Mondiali, riuscendo a capitalizzare al massimo l'effetto propagandistico dell'evento; al racconto della finale, che il regime e la nazione tutta vissero in uno stato di esaltata ipnosi. Insomma, un libro che ci ricorda come il calcio e lo sport possano essere utilizzati dai regimi totalitari per gonfiare il petto al cospetto del mondo, e di come questo - all'occorrenza - sappia voltare la testa.

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