Sarà un retaggio di Ulisse, o di Adamo ed Eva, ma se mi dicono di non fare qualcosa, mi viene subito in mente di farla. Per esempio: non salterei mai la fila, figuriamoci, ma se vedo un cartello con scritto non saltate la fila, allora inizio a pensarci. È quello che mi è capitato leggendo Arkansas (Mondadori) di Chiara Tagliaferri, che in copertina ha una bambina bellissima e bionda che salta e il sottotitolo "Storia di mia figlia". Il libro è un memoir che - come spiega la quarta di copertina - ripercorre i quasi otto anni in cui l'autrice e il marito Nicola (Lagioia, scrittore ed ex direttore del Salone del libro di Torino) hanno cercato di diventare genitori, prima attraverso la fecondazione assistita, poi ricorrendo alla "gestazione per altri". "Questa mia figlia che nascerà dal seme di Nicola, dagli ovuli di una donatrice e dal corpo di una gestante mi chiamerà mamma, ma io madre lo sono già" e dal febbraio del 2024 è infatti mamma di Lula, che è nata a Hot Springs, in Arkansas. Dall'autunno del 2024, in Italia la maternità surrogata è considerata "reato universale" per legge, quindi è vietata, e punibile, anche se avvenuta in un Paese dove è legale. Insomma leggendo la quarta di copertina ho pensato all'intensità della storia che l'autrice avrebbe raccontato, e all'intimità di questo libro, a quanto di privato e personale avrebbe messo in mostra, e all'amore infinito che proviamo per i figli, un amore che porta a compiere gesti che riterremmo inconcepibili. Poi è successo questo: che, fra le righe, non emerge solamente un racconto personale, ma un appello - politico, non si può chiamare altrimenti - non solo a sostegno della propria esperienza, ma a non giudicarla. E mi è sorto un dubbio: perché scrivere un memoir politico e pretendere di non essere giudicati, solo perché il politico attiene a una sfera altamente personale? Per esempio Tagliaferri scrive: "Il tribunale mediatico, famelico, stabilirà: la femminista che sfrutta i corpi delle donne". Oppure, alle femministe che parlano di "mercimonio" del corpo delle gestanti replica: "Capire il cuore altrui è un lavoro e un affanno, a volte è più semplice affidarsi a un principio: le norme morali guidano i comportamenti, ma ghigliottinano le opportunità che contengono le storie". Ah, la tragedia della scelta (vedere sempre i greci antichi...). Sembra quasi che venga scaricata sul lettore, in una sorta di ricatto morale.
Al che sorge un altro dubbio: non è che l'autrice invita a non giudicare perché lei lo farebbe? Io però sono più per la prima parte della frase sopra citata, "capire il cuore altrui è un lavoro e un affanno", e penso: forse insiste tanto sul non essere giudicata perché sente ancora il peso della propria decisione. Per i figli facciamo qualunque cosa, anche quelle inammissibili. Non è detto che per gli altri sia giusto e, in fondo, è giusto così.