da Roma
Dalla prossima primavera a Roma aprirà il Museo Mario Sironi Centro Studi Sironiani, un nuovo polo culturale per restituire al pubblico la variegata sinfonia di Sironi (1885-1961), voce unica dell’arte italiana del Novecento, altro che pifferaio di regime come una certa vulgata, per fortuna logora, ha per troppo tempo recitato.
La sede è la monumentale Casa Madre dei Mutilati e Invalidi di Guerra in piazza Adriana, un edificio progettato dall’architetto Marcello Piacentini e storicamente legato a Sironi, che ne decorò gli interni con cicli pittorici tra il ’36 e il ’38, brutalmente murati nel Dopoguerra e poi ritrovati negli anni Ottanta. La Casa riprende nella forma a fortezza il vicino Castel Sant’Angelo (a proposito: Luca Mercuri, direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo, è stato appena nominato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli anche Direttore generale Musei del Mic: sarà quindi Mercuri a gestire questa prima fase del nascente Museo Sironi).
Margherita Guccione, architetta responsabile del restauro ora in corso, spiega che saranno gli ampi ambienti della farmacia, all’epoca al servizio dei (tanti) mutilati, quelli scelti per ospitare le sale del museo. E se ci sarà spazio, nelle varie sale e gallerie, per declinare le diverse anime di Sironi (che fu illustratore, decoratore, architetto, pittore) anche con mostre temporanee, al piano superiore ecco finalmente valorizzate le pitture ritrovate della Casa, un toccante ciclo ora baciato dalla luce naturale delle grandi finestre. Il museo è un work in progress. All’inaugurazione sarà certamente esposto un primo nucleo permanente di trenta opere (tra dipinti, disegni, studi, bozzetti e lavori su carta) acquistate recentemente dal Mic dall’Archivio Mario Sironi, affiancate da oltre novanta opere concesse in comodato gratuito sempre dall’Archivio custodito in questi anni da Romana Sironi, nipote dell’artista, che dice al Giornale: «Questo museo è un traguardo ambizioso e felice. Mario Sironi ci aiuta a capire che cosa è stato il Novecento». Il ministro Giuli, alla presentazione ufficiale, appare emozionato («Considero questo progetto il punto qualificante del mio mandato») e il comitato scientifico che sta seguendo la genesi del museo (tra i nomi: Gabriella Belli ed Elena Pontiggia) è garanzia di «maturità culturale», oltre ogni lente ideologica.
Mario Sironi è stato tante cose. Ingegnere mancato, amico di Boccioni (nonostante le diversità caratteriali) e vicino a Balla, Sironi aderisce al Futurismo, che interpreta in modo vigoroso. Partecipa alla Grande guerra come volontario nel Battaglione Ciclisti con Marinetti, Sant’Elia e Russolo. Nel Dopoguerra attraversa una fase di suggestioni metafisiche tutte sue e a Milano sviluppa gli struggenti paesaggi urbani: visioni desolate e grandiose di periferie industriali. Fonda poi nel 1922 il movimento Novecento Italiano, si consacra come maestro di una moderna classicità e negli stessi anni firma feroci caricature sul Popolo d’Italia, il quotidiano di Mussolini, di cui sarà principale illustratore e vignettista fino al ’43.
A partire dagli anni Trenta, si dedica alla pittura murale. Propaganda? No, arte sociale, sottratta alle logiche del mercato (gallerie, esposizioni) e restituita alla collettività. «Contemporaneo, anche nel concepire l’arte pubblica», dice Giuli. Realizza, infaticabile, imponenti cicli a mosaico e affresco (l’enorme lavoro nell’Aula Magna della Sapienza, il Palazzo di Giustizia a Milano): è il Sironi più solenne, forse il più noto (e si ammala pur di star dietro a tutto). Avrebbe potuto essere anche suo il «sangue dei vinti», ma la sorte decise altrimenti: quando, il 25 aprile, a Milano fu fermato a un posto di blocco da una brigata partigiana, sarebbe stato ucciso se Gianni Rodari, che faceva parte della brigata, non lo avesse riconosciuto, firmandogli un lasciapassare. Sebbene abbia convintamente aderito al fascismo (senza mai condividere le leggi razziali), Sironi mantiene una cifra tragica, refrattaria agli entusiasmi retorici e agli edulcorati trionfalismi del potere. Fino alla fine, e questa è la lezione che il nascente museo dovrà testimoniare, Mario Sironi ha continuato a interrogarsi sul destino dell’uomo, senza sconti.
