Non furono i nazisti a ucciderli. E nemmeno i fascisti. A sparare contro quei partigiani furono altri partigiani, uomini che almeno sulla carta combattevano dalla stessa parte. È una delle pagine più dolorose della Resistenza italiana, quella della strage di Porzûs, del febbraio del 1945 sulle montagne del Friuli, quando la guerra stava ormai volgendo al termine. Tutto comincia il 7 febbraio, nelle malghe di Porzûs, in provincia di Udine. Qui si trova il comando di una formazione della Brigata Osoppo, composta soprattutto da cattolici, azionisti e indipendenti. Uomini che avevano scelto di combattere contro il nazifascismo, ma che non condividevano il progetto politico dei comunisti jugoslavi di Tito. Il punto di rottura era proprio questo il futuro dei territori italiani al confine orientale e il rischio che, una volta finita la guerra, finissero sotto il controllo della Jugoslavia. Quel giorno alle malghe arriva un gruppo di circa cento partigiani comunisti, guidati da Mario Toffanin, conosciuto con il nome di battaglia “Giacca”. Si presentano come combattenti sbandati, ma il loro obiettivo è un altro. Una volta raggiunto il comando della Osoppo, scatta l’attacco. Vengono uccisi il comandante Francesco De Gregori, detto “Bolla”, il commissario politico Gastone Valente e altre due persone. Ma non finisce lì. Diversi partigiani vengono catturati, portati via e uccisi nei giorni successivi. Tra le vittime c’è anche Guido Pasolini, appena diciannovenne, fratello minore dello scrittore Pier Paolo Pasolini. Anche lui aveva scelto la montagna e la lotta partigiana, ma si era ritrovato dalla parte sbagliata di una divisione che non riguardava più soltanto la guerra contro i tedeschi. Perché a Porzûs si combatteva anche un’altra battaglia, tutta politica, sul destino del Friuli e sulla futura influenza jugoslava. Gli uomini della Osoppo erano stati accusati di collaborare con il nemico. Accuse che contribuirono ad alimentare il clima di ostilità e che non giustificavano certo l’eliminazione dei loro comandanti e dei loro compagni. Dietro la strage c’era soprattutto una frattura ormai profonda tra chi voleva mantenere l’autonomia delle formazioni italiane e chi aveva accettato di collaborare militarmente con i partigiani jugoslavi. La vicenda non si chiude con la Liberazione. Nel dopoguerra arrivano le indagini, i processi e le condanne. Toffanin fugge all’estero e le responsabilità politiche e militari dei vertici comunisti continuano a essere discusse dagli storici. Resta però un fatto che nessuna interpretazione può cancellare, a Porzûs alcuni partigiani comunisti uccisero altri uomini della Resistenza. Ed è proprio questo che rende quella strage ancora oggi una pagina difficile da raccontare. Perché la Resistenza non fu un blocco unico senza divisioni, ma al suo interno convivevano uomini con idee, progetti e obiettivi profondamente diversi. A Porzûs quelle differenze finirono nel sangue. E ricordarlo significa raccontare anche la parte più scomoda di una storia che troppo spesso viene ricordata soltanto attraverso ciò che univa i suoi protagonisti.

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