«Sono arrivata qui per mio figlio. Ho cambiato vita a 30 anni per lui, per garantirgli un futuro». E intanto è lei la mamma che ha trovato il proprio posto nel mondo grazie a una macchina fotografica: ha seguito un corso, imparato le tecniche, la luce, l’editing e assieme ad altre 22 donne, rifugiate come lei, espone al Pac, Padiglione d’Arte contemporanea. Fino al 25 ottobre si possono ammirare diverse fotografie alla mostra «Ri-scatti. Prima che sia notte» (dal titolo dell’omonimo romanzo dello scrittore cubano Reinaldo Arenas prigioniero prima di fuggire negli Usa). L’esposizione curata da Diego Sileo è promossa dell’associazione di volontariaro «Ri-scatti Odv» che dal 2014 realizza progetti di riscatto sociale con la fotografia, ha il sostegno del Comune e di Tod’s. C’è Fatima che si è ripresa in cucina fra le bottiglie d’olio mentre prepara il pranzo; l’obbiettivo di Kaaveshi ha fermato un fiore esotico in primo piano, sullo sfondo di un tramonto; Cinthia che si mostra di schiena, il caschetto di capelli aranciato mentre prova gli ombretti allo specchio. Sono ventitrè racconti di storie, di fughe, di maternità, di professioni, di tempo libero. «Il progetto nasce dalla volontà di sottrarre queste esperienze a una narrazione spesso semplificata e stereotipata, restituendo invece alle protagoniste la possibilità di scegliere cosa raccontare, cosa mostrare e cosa lasciare fuori dall’inquadratura» hanno spiegato gli organizzatori. L’esposizione è a ingresso libero, le fotografie e il catalogo si possono acquistare e il ricavato verrà devoluto ai progetti di accoglienza dello sportello «Milano welcome» di via Sammartini che offre consulenze giuridiche e supporta i rifugiati per l’inserimento nel mondo del lavoro. «Il corso che le donne hanno seguito ha fatto sì che le protagoniste decidessero cosa raccontare - ha chiarito il Presidente dell’associazione Stefano Corso - Ri-scatti per noi è questo: non parlare al posto delle persone ma creare le condizioni perchè possano raccontarsi con un mezzo che non richiede parole (che spesso sono lo strumento più difficile da usare) ma costringe a guardare, scegliere, sintetizzare e inevitabilmente scoprire qualcosa di se stesse». Cosa significa emigrare? Le foto parlano di strappi dalla propria terra, di abbracci e di speranze, di ripensamenti di se stessi. Di vita.
