Parlavano tedesco, indossavano le uniformi dell’Afrika Korps e sapevano come passare inosservati tra le fila nemiche. Erano soldati inglesi o, meglio, erano soldati ebrei fuggiti dall’Europa caduta sotto il giogo nazista e provenienti dalla Palestina mandataria, che avevano elaborato i loro piani nel segno della svastica. Nel deserto del Nord Africa, dove nel 1942 si decidevano le sorti del conflitto sul mare di sabbia cocente che divideva l’Egitto dalla Libia, gli uomini del SIG, lo Special Interrogation Group, spesso riportato come Special Intelligence Group, combatterono una guerra silenziosa e pericolosa sotto falsa bandiera. Come i commando Brandenburg tedeschi prima di loro. Conducendo alcune delle più audaci e spregiudicate missioni del conflitto, con una sola consapevolezza: essere catturati come ebrei che indossavano l’uniforme tedesca poteva equivalere solo a una cosa: tortura ed esecuzione come spie.
“Kompanie aufstehen!”. Compagnia, in piedi. Nel campo vicino a Suez ogni giornata cominciava così, con una sofisticata e temeraria messa in scena. Gli ordini erano impartiti in tedesco, dall’alba al tramonto, tra esercizio fisico, addestramento nella lotta corpo a corpo e nell’utilizzo di armi “catturate al nemico”. Niente inglese e, soprattutto, niente ebraico. Gli uomini del SIG, unità speciale che agiva in stretta collaborazione con lo Special Air Service del maggiore fantasma David Archibald Stirling e con il Long Range Desert Group, dovevano parlare, imprecare, cantare e perfino pensare come soldati tedeschi. Un singolo errore sarebbe stato fatale con l’uniforme dell’Afrika Korps indosso, il corpo di spedizione agli ordini di Erwin Rommel, la volpe del deserto che aveva piegato il generale Montgomery e rischiava di privare gli inglesi del controllo del Mediterraneo orientale, delle riserve di petrolio e, in breve, della possibilità di vincere una guerra.
La loro missione era tanto temeraria quanto complessa: infiltrarsi oltre le linee dell’Asse attraverso le piste del deserto che gli esploratori reperiti da Abwehr e SIS avevano solcato prima del conflitto, attraversare posti di blocco con l’inganno, confondersi tra le colonne in movimento, accedere alle postazioni nemiche, raccogliere ogni informazione possibile e poi sabotare ogni installazione che avesse la benché minima rilevanza. Una missione di guerra non convenzionale che richiedeva non solo determinazione, ma freddezza e nervi saldi.
La maggior parte dei soldati inquadrati nel SIG, una quarantina in tutto, proveniva dal Palmach, la forza d’élite dell’Haganah, l’organizzazione paramilitare ebraica progenitrice dello Tzahal, dal No. 51 Commando e dalla Legione straniera francese.
Diventare il “nemico”
L’idea di costituire questa unità per la raccolta di informazioni d’intelligence e azioni di guerra non convenzionale apparteneva al capitano Herbert Cecil Buck, ufficiale britannico e perfetto conoscitore del tedesco che era stato catturato nel gennaio 1942, ed era riuscito a fuggire e attraversare la Libia fino all’Egitto sfruttando uniformi e veicoli tedeschi. Se un ufficiale inglese poteva attraversare il territorio controllato dall’Asse fino a oltrepassare le linee per mettersi in salvo, poteva farlo anche un’intera squadra di commando, se accuratamente preparata e dotata della copertura adatta.
Utilizzare l’inganno per portare commando e sabotatori direttamente nel cuore delle posizioni nemiche non era leale né cavalleresco, ma determinate virtù decadono in fretta quando si ha a che fare con la guerra totale. Per questo l’idea di quell’ufficiale fuggitivo venne accolta e messa in pratica, selezionando uomini capaci di rendersi soldati tedeschi non solo nell’aspetto, ma nelle loro abitudini: procedure, gergo e canzoni militari della Wehrmacht, persino sigarette e cioccolata tedesche. Per ogni volontario venne elaborata una nuova identità. Documenti contraffatti, libretti paga, fotografie con mogli e fidanzate inesistenti – in realtà donne dell’Auxiliary Territorial Service fotografate al Cairo – e false lettere d’amore. Una copertura perfetta sotto ogni punto di vista. Persino le macchine da scrivere utilizzate per preparare i documenti erano tedesche. Perché nulla doveva essere lasciato al caso. Anche se un piccolo dettaglio, di una rilevanza non trascurabile, forse, venne trascurato: includere due prigionieri tedeschi nella formazione, Walter Essner e Herbert Brueckner.
Travestiti da uomini della Feldgendarmerie, la polizia militare tedesca, gli uomini del SIG iniziarono ad attraversare le linee a bordo di mezzi catturati, come jeep Kübelwagen e camion Mercedes, improvvisando posti di blocco dove fermare le colonne nemiche e interrogare gli occupanti fingendo dei controlli di sicurezza che in realtà fornivano informazioni sugli spostamenti delle colonne e sul dislocamento delle forze nemiche. La fase successiva consisteva nell’infiltrarsi negli accampamenti tedeschi e conversare con i “commilitoni” per raccogliere altri tipi di informazioni. Questo, fino a quando non entrarono in azione sul serio: aiutare lo Special Air Service ad attaccare gli aeroporti della Luftwaffe di Derna e Martuba, utilizzati dagli aerei tedeschi che minacciavano i convogli diretti a Malta.
Sabotaggio e tradimento
Il piano prevedeva che gli infiltratori, vestiti da tedeschi, scortassero un gruppo di commandos francesi travestiti da prigionieri di guerra. La notte tra il 13 e il 14 giugno del 1942, la formazione si mise in marcia verso Martuba, raggiungendo l’obiettivo e distruggendo venti velivoli a terra prima di ritirarsi e scomparire nel deserto come fantasmi.
A Derna le cose andarono diversamente. Herbert Brueckner, uno dei due veri tedeschi, arrestò il mezzo del quale era il conducente durante l’avvicinamento all’obiettivo, sostenendo di avere un problema meccanico e si allontanò verso un accampamento tedesco per chiedere aiuto. Quando tornò, non era solo. Con lui c’erano soldati tedeschi che intimarono a tutti gli occupanti del camion di scendere. La copertura era saltata. I commandos aprirono il fuoco e nel deserto scoppiò un violento scontro. Nessuno degli uomini del SIG voleva farsi prendere vivo, e quando tutto era perduto, si tolsero la vita togliendo la spoletta alle loro bombe a mano. Il resoconto dell’azione venne riportato dall’unico superstite, mentre il tradimento di Brueckner sarebbe stato confermato da due piloti della Luftwaffe catturati durante la prima battaglia di El Alamein.
Il SIG entrò in azione a fianco dei commando del SAS anche a Bengasi, dove la copertura saltò ai primi posti di blocco, suggerendo una rapida ritirata con la distruzione di obiettivi secondari prima di scomparire come sempre nel deserto.
L’ordine di Hitler
La notizia che uomini di origine tedesca combattevano con gli Alleati in Nord Africa arrivò fino ad Adolf Hitler. Il 13 giugno 1942 l’Oberkommando der Wehrmacht trasmise alla Panzerarmee Afrika un ordine segreto: i rifugiati politici tedeschi catturati combattendo insieme alle forze alleate dovevano essere eliminati in battaglia oppure fucilati immediatamente, salvo la necessità temporanea di interrogarli. Proprio come “Ordine commando” o Kommandobefehl, emesso da Hitler il 18 ottobre di quello stesso anno. Il messaggio venne intercettato dall’intelligence britannica e trasmesso a Winston Churchill, che, come sostenitore della guerra sporca contro i tedeschi, lasciò i temerari liberi di incontrare il loro destino.
L’ultima missione a Tobruk
Nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1942 le forze britanniche lanciarono l’Operation Agreement, una grande incursione contro Tobruk destinata a distruggere installazioni militari e rifornimenti del porto. Ancora una volta agli uomini del SIG spettava aprire una porta che agli altri commandos sarebbe rimasta chiusa. L’infiltrazione fu portata a termine con successo e i commandos penetrarono nell’area portuale per passare all’attacco, conquistando una villa presidiata dagli italiani ed eliminando diverse posizioni, prima di ritirarsi a causa del fallimento dell’intera operazione, che dovette fare i conti con la tenace resistenza della guarnigione italiana.
Agli uomini del SIG non restava nessuna alternativa se non quella di sbarazzarsi delle uniformi e dei documenti tedeschi, prima di fuggire nel deserto e sperare di trovare una via di fuga. Uno degli infiltrati, ferito e incapace di proseguire dopo diciassette giorni, venne abbandonato dai compagni con il suo consenso. Catturato e consegnato ai tedeschi, fu torturato per cinque giorni e sottoposto a una finta esecuzione, senza rivelare informazioni. Gli altri impiegarono più di un mese per raggiungere le linee alleate.
Dopo il disastro di Tobruk il reparto venne sciolto. E i “falsi tedeschi” superstiti entrarono a far parte delle diverse unità di commando, portando l’esperienza maturata nella guerra non convenzionale a formazioni che avrebbero preso parte all’invasione dell’Europa.
