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Arte e Storia

Tarocchi, scimmie e astrologia. Un umanesimo fatto di simboli

A Ferrara si è discusso dell’immaginario cinquecentesco. A partire dagli affreschi di Palazzo Schifanoia dove anche gli errori sono geniali

Affresco Palazzo Schifanoia

Che cosa ci fanno delle scimmie al seguito di Vulcano, il fabbro degli dèi? A Palazzo Schifanoia, a Ferrara, persino gli errori possono diventare capolavori. Sulle pareti del Salone dei Mesi, affrescato per volontà di Borso d’Este tra il 1469 e il 1470, gli dèi dell’Olimpo sfilano in trionfo sopra i segni zodiacali e le misteriose figure dei decani, mentre più in basso le scene della vita quotidiana celebrano lo splendore della corte estense. Ma è l’affresco di settembre, attribuito a Ercole de’ Roberti, a riservare una scena singolare: due scimmie trascinano il carro di Vulcano e altre gli fanno da scorta. Un corteo bizzarro, figlio di una svista dei copisti: secondo il mito, infatti, il dio, precipitato sull’isola di Lemno, sarebbe stato allevato dai Sinti, che un equivoco nella trasmissione dei testi trasformò in «simiae», scimmie, secondo una lezione giunta fino a Boccaccio. Una parola fraintesa avrebbe così preso vita nella pittura, conquistando un posto nella storia dell’arte e dimostrando quanto possa essere sottile il confine fra errore e invenzione. Nello stesso affresco, accanto alla fucina dei Ciclopi, Venere e Marte giacciono prigionieri della rete invisibile escogitata da Vulcano per smascherare il tradimento della moglie. Una vendetta degna del più abile artigiano dell’Olimpo. Dietro questo stratagemma si nasconde dunque una domanda ben più grande: fin dove può spingersi l’ingegno nel dominare la materia e carpire i segreti della natura? Un interrogativo che avrebbe acceso l’immaginazione degli uomini del Rinascimento. A Schifanoia, del resto, nulla è soltanto ciò che sembra. Lo aveva intuito, più di un secolo fa, Aby Warburg, quando riconobbe negli affreschi del Salone dei Mesi una sorprendente trama di miti antichi e saperi astrologici. Da allora quelle pareti non hanno smesso di interrogare gli studiosi.

È da questo mistero che Marco Bertozzi, direttore dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara, ha preso le mosse per inaugurare la XXVII Settimana di Alti Studi, ospitata dal 22 al 24 ottobre al Museo Schifanoia e dedicata quest’anno ai «Misteri ed enigmi del Rinascimento europeo».

A questa sapienza celata nelle immagini Lina Bolzoni, professoressa emerita alla Scuola Normale Superiore di Pisa, accademica dei Lincei e fra le maggiori studiose della cultura rinascimentale, ha dedicato la conferenza inaugurale. Attenta ai rapporti fra parole e figure, ha condotto il pubblico alla scoperta di Giulio Camillo, visionario del Cinquecento che immaginò

un teatro capace di racchiudere l’intero universo del sapere. Per comprenderne la singolarità bisogna dimenticare gli spettacoli che conosciamo: qui lo spettatore prendeva il posto dell’attore e, davanti a sette ordini di gradinate popolate di figure mitologiche e simboli planetari, contemplava una sorta di enciclopedia vivente. Camillo voleva rendere visibile ciò che la mente fatica a trattenere, affidando alle immagini il compito di richiamare le conoscenze e svelarne i legami. Ma aspirava a qualcosa di più della memoria: scoprire relazioni inattese fra le cose, trasformando il teatro in uno strumento per pensare. Non aveva forse immaginato, cinque secoli prima dell’intelligenza artificiale, una macchina capace di generare conoscenza? Bolzoni, che al progetto ha dedicato studi fondamentali, lo ha paragonato a una sorta di «computer definitivo», in cui memoria e invenzione diventavano inseparabili. Naturalmente, fra il sogno rinascimentale di racchiudere il cosmo in immagini e le tecnologie digitali contemporanee corre una distanza immensa. Eppure, il confronto lascia intravedere un’aspirazione comune: ampliare le possibilità della mente umana.

Le relazioni hanno mostrato quanto sia riduttivo contrapporre lo studio scientifico del passato alla comprensione del suo universo simbolico. Nel Rinascimento l’astrologia dialogava con la medicina, la matematica entrava nelle botteghe dei pittori e l’alchimia si intrecciava con l’indagine sulla natura. Non si tratta di attribuire fondamento a ogni credenza, ma di comprendere un’epoca in cui saperi oggi troppo spesso separati partecipavano a un comune desiderio di conoscere il mondo. Una lezione che conserva tutta la sua attualità, soprattutto in un presente che tende a dimenticare la dimensione dell’homo symbolicus.

Le quattro sessioni, coordinate scientificamente da Raphael Ebgi, professore all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, hanno attraversato temi sorprendenti. Giordano Bruno riprendeva dalla magia arabo-latina il simbolo della croce per i diagrammi della propria arte della memoria. I cosiddetti Tarocchi del Mantegna, invece, non sono né tarocchi né opera del celebre pittore e potrebbero essere nati per illustrare un libro mai pubblicato. Alla corte estense, Ercole I prendeva sul serio i pronostici dell’astrologo Pietro Bono Avogario, mentre in due dipinti di Cosmè Tura persino la Madonna appare circondata dai segni dello zodiaco. E se Dosso Dossi è celebre per la fantasia delle

sue invenzioni, anche il più misurato Garofalo nascondeva nelle opere particolari difficili da decifrare. Il gusto dell’enigma accompagnava la riscoperta dell’antichità. A Roma gli artisti, fra statue mutilate e monumenti in rovina, cercavano di ricostruire un mondo scomparso, traendo nuove invenzioni dai suoi frammenti. Una mano con un occhio nel palmo, la manus oculata, bastava invece a sollevare il problema filosofico del rapporto fra vista e tatto. E un alfabeto che un erudito cinquecentesco riteneva gotico riproduceva in realtà rune scandinave. Neppure Dante sfuggiva alla passione per gli enigmi: le illustrazioni della Commedia di Luigi Alamanni e Giovanni Stradano accompagnavano, nello stesso manoscritto, calcoli sulle dimensioni dell’oltremondo, nel tentativo di misurare geometricamente l’Inferno. Nella Ferrara di Antonio Cornazzano, invece, Tolomeo appariva in un raggio di fuoco per rivelare l’influenza degli astri sul destino degli uomini.

Anche la matematica poteva stupire: per Leon Battista Alberti le regole della prospettiva creavano l’illusione di uno spazio reale, quasi un prodigio agli occhi degli spettatori. Le immagini parlavano poi per indizi, come nel ritratto di un giovane attribuito a Giorgione, sul cui copricapo compare una misteriosa «V», forse parte di un messaggio sulla sua identità. Nelle tele di Dosso Dossi, Melissa e una figura tradizionalmente identificata con Circe compiono incantesimi fra simboli di possibile ascendenza cabalistica. E nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione la duchessa Elisabetta Gonzaga porta sulla fronte un’enigmatica «S» dal significato ancora discusso. Nella Praga di Rodolfo II, i dipinti di Arcimboldo, gli scritti enigmatici di John Dee e gli automi delle collezioni imperiali facevano del mondo un rompicapo da risolvere. Un’incisione dei Gemelli, realizzata nel 1577 da Diana Scultori, ha permesso di ripercorrere le trasformazioni del mito platonico dell’androgino nelle tradizioni astrologiche e alchemiche. Negli appartamenti di Alessandro VI Borgia, gli affreschi di Pinturicchio e della sua bottega dedicati a Osiride e Iside hanno suggerito possibili letture ermetiche. Dal rebus, che cela un discorso nelle immagini, al rebis alchemico, emblema della riconciliazione degli opposti, il Rinascimento riconosceva nella realtà una trama di corrispondenze fra materia e spirito, visibile e invisibile.

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