In assenza di una politica pubblica di sostegno alla giovane arte come avviene nelle altre città europee che hanno pari costo della vita, Milano si salva ancora una volta con il privato, guadagnando oggi un nuovo spazio dedicato alla ricerca artistica, al pianterreno di Palazzo Pini, sede della Fondazione Adolfo Pini in corso Garibaldi. Non soltanto una nuova sala espositiva, ma un luogo in cui dare visibilità al lavoro delle nuove generazioni, accompagnandone i percorsi di ricerca e mettendoli in dialogo con il pubblico. A inaugurarlo è Hard Assets, la mostra di Francesca Pionati e Tommaso Arnaldi, vincitori della seconda edizione del Pini Art Prize per la sezione Arti Visive, curata da Cecilia Guida e aperta fino al 4 novembre. È proprio la disponibilità di uno spazio stabile, all’interno di una sede storica della cultura milanese, a rappresentare la novità più significativa dell’iniziativa. In una città dove il sistema dell’arte contemporanea è ricco di istituzioni, fondazioni private, gallerie e spazi indipendenti, ogni nuova occasione di confronto con la ricerca emergente costituisce un’opportunità. Soprattutto quando non si limita a ospitare mostre, ma nasce da un progetto che mette insieme selezione, sostegno economico, residenza e restituzione pubblica del lavoro degli artisti. «È la prima mostra personale presentata nel nuovo spazio espositivo al piano terra, aperto alla città: un luogo in cui il lavoro dei giovani artisti sostenuti dalla Fondazione incontra il pubblico», sottolinea Marina Messina, presidente della Fondazione Adolfo Pini. La mostra segna anche la conclusione del percorso biennale del Pini Art Prize, uno dei pilastri delle attività dell’istituzione.La storia della Fondazione affonda le radici nella figura di Adolfo Pini, artista e collezionista milanese, che destinò il proprio patrimonio alla creazione di un’istituzione culturale capace di promuovere l’unità tra le arti. Un principio che continua a orientarne le attività, oggi rivolte al dialogo fra arti visive, poesia e ricerca storico-artistica. Nato nel 2022, il Pini Art Prize traduce questa vocazione in un programma di sostegno concreto alle nuove generazioni, costruendo occasioni di crescita professionale e di confronto con curatori, studiosi e protagonisti del sistema culturale. La seconda edizione del premio, relativa al biennio 2025-2026, ha ampliato il proprio raggio d’azione aprendosi anche alla poesia e alla ricerca storico-artistica. Per la sezione Arti Visive sono stati selezionati nove finalisti, le cui opere sono state presentate in una mostra collettiva negli spazi della Fondazione all’inizio dell’anno. A distinguersi sono stati Pionati e Arnaldi, che dopo una residenza a Casa degli Artisti hanno sviluppato il progetto oggi esposto a Palazzo Pini.Il risultato è, per il momento, “Hard Assets”, titolo ermetico di una mostra un po’ machiavellica, ovvero un’indagine sul bunker come figura architettonica e simbolica di questi tempi oscuri, dominati dall’abuso della tecnologia e dal bullismo geopolitico. Attraverso sculture, installazioni, immagini e suoni, i due artisti stimolano i timori distopici della collettività, interrogandosi il rapporto fra abitare e proteggersi, fra desiderio di sicurezza e paura del mondo esterno. Il percorso si articola in quattro ambienti interconnessi. Nella prima sala, tre sculture in ferro battuto ricavate da antichi cancelli assumono la forma di cyclette, attrezzi presenti nei bunker contemporanei, all’interno di un allestimento che richiama uno showroom di lusso. Nella seconda, le cementine milanesi degli anni Trenta e Quaranta fanno da sfondo a immagini di bunker esclusivi generate dall’intelligenza artificiale, accompagnate da slogan tratti da annunci immobiliari reali. Una traccia sonora immagina questi ambienti abbandonati fra cinquant’anni. La terza stanza trasforma la pianta di un bunker del Vallo Atlantico in un salotto borghese, mettendo in crisi la stessa idea di rifugio. Nell’ultima, sculture ispirate ai bunker svizzeri camuffati da chalet sostituiscono le finte aperture con porte e finestre riconducibili alle abitazioni di Craxi, Andreotti e Berlusconi. Un percorso molto tortuoso, che vede totalmente indispensabile la decodificazione testuale da parte della curatela, ma perfettamente in linea con le cifre del contemporaneo.
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