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Beyeler celebra il genio di Cézanne

Alla Fondazione di Riehen si inaugura la più grande retrospettiva europea dedicata al maestro dell'Estaque. In mostra 80 dipinti, per metà da collezioni private con molti "inediti"

Beyeler celebra il genio di Cézanne

E siamo qui, a porte ancora chiuse, quando il museo respira piano. La grande mostra di Yayoi Kusama sta lentamente congedandosi dal pubblico, le sue stanze punteggiate di ossessioni e infiniti riflessi sembrano trattenere l’eco degli ultimi visitatori. Ma dietro le quinte, in questo momento sospeso dell’anteprima, alla Fondation Beyeler sta accadendo qualcosa di diverso e forse ancora più radicale: l’arrivo di Paul Cézanne. Non una mostra qualunque, quella di Riehen, bensì la più grande antologica europea mai dedicata all’artista, colui che Picasso definì senza esitazioni “il padre di tutti noi”. Una definizione che qui, davanti alle opere, smette di essere una frase celebre e diventa una constatazione visiva.

Per la prima volta nella sua storia, la prestigiosa fondazione svizzera dedica una mostra monografica al grande maestro dell’Estaque, artista-cardine della propria collezione e, più in generale, della nascita dell’arte moderna. L’esposizione riunisce circa ottanta opere – 58 dipinti a olio e 21 acquarelli – concentrandosi sull’ultima e più decisiva fase della sua produzione. È un Cézanne maturo, radicale, a tratti spiazzante, quello che emerge in queste sale: un pittore che ha già superato l’Impressionismo e che lavora, con ostinata lucidità, alla rifondazione della pittura stessa. Colpisce immediatamente la qualità e la rarità dei prestiti. Una parte significativa delle opere proviene da collezioni private, alcune delle quali quasi mai viste in pubblico, come il “Portrait de Paul Cézanne” (circa 1895), presenza silenziosa e intensissima.

Accanto a questi prestiti eccezionali, circa la metà dei dipinti appartiene alla collezione Beyeler, a testimonianza di un legame profondo e strutturale tra il museo e l’artista. Non si tratta dunque solo di una mostra “evento”, ma di una dichiarazione d’identità. Il percorso si apre a metà degli anni Ottanta dell’Ottocento, quando Cézanne ha ormai trovato il proprio linguaggio. Ha abbandonato la prospettiva centrale, ha messo in crisi l’idea di rappresentazione fedele e ha scelto un’altra strada: rendere visibile il processo stesso del dipingere. La natura non è più qualcosa da copiare, ma da interrogare. La pittura diventa un’analisi, una costruzione lenta fatta di “sensazioni coloranti” e di pennellate giustapposte, le celebri taches colorées, attraverso cui il colore genera la forma. Il paesaggio provenzale diventa il suo laboratorio privilegiato. Qui emerge con forza il ciclo delle vedute dell’Estaque, luogo decisivo per Cézanne, scoperto durante la guerra franco-prussiana. Case compatte, colline, l’amatissima “montaigne”: tutto è ridotto a volumi essenziali, incastrati nello spazio come solidi.

L’Estaque non è un semplice villaggio sul Mediterraneo, ma il banco di prova di una pittura che cerca ordine e stabilità senza rinunciare alla vibrazione della luce. Cuore pulsante della mostra è appunto la Montagna Sainte-Victoire, ossessione e compagna di vita dell’artista. Cézanne la dipinse una trentina di volte a olio e innumerevoli acquarelli; qui ne vediamo nove versioni, tra dipinti e opere su carta. Ogni tela è una nuova domanda: come rendere sulla superficie piana della tela la solidità del mondo così come lo percepiamo? La montagna è sempre la stessa, eppure cambia continuamente: si scompone, si ricompone, oscilla tra permanenza e instabilità. È in questi lavori che si avverte con chiarezza l’influenza esercitata su Picasso e Braque, e dunque sull’origine del Cubismo. Accanto ai paesaggi, i bagnanti rappresentano un altro nodo cruciale. Qui il corpo umano non è mai isolato: si fonde con l’ambiente, assume il ritmo degli alberi, le curve del fiume, la densità della vegetazione.

Non c’è idealizzazione, ma una tensione silenziosa tra figura e natura, tra presenza e dissoluzione. Le Baigneuses (1900–1906), presentate qui in una versione mai esposta prima, sono tra le opere più emblematiche dell’intero percorso. Le nature morte – mele, pere, brocche, tovaglie – rivelano forse più di ogni altro genere l’ambizione di Cézanne: costruire un ordine stabile, quasi eterno. Ogni oggetto ha peso, volume, gravità. Anche il motivo del teschio, presente in mostra, va letto in questa direzione: non come semplice vanitas, ma come forma assoluta, concentrata, attraversata da una riflessione sul tempo e sulla struttura profonda del reale.

La mostra non nasconde l’incompiutezza di molte opere, anzi la valorizza. Le parti lasciate a nudo, le tele che sembrano fermarsi a metà, diventano inviti alla partecipazione dello sguardo. Cézanne apre il quadro, lascia che sia lo spettatore a completarlo mentalmente. Il percorso si chiude con un’apertura al presente: un atelier allestito nel museo, dove il pubblico potrà sperimentare la tecnica dell’acquarello, e la prima mondiale del film Cezanne on Art (2025) di Albert Oehlen e Oliver Hirschbiegel, girato nei luoghi stessi della Sainte-Victoire e delle cave di Bibémus.

Uscendo da questa anteprima silenziosa, mentre Kusama lascia spazio e Cézanne prende possesso delle sale, si ha la sensazione netta che qualcosa si sia riallineato.

Qui non si celebra solo un grande maestro del passato: si torna alle origini di un modo di vedere che continua, ancora oggi, a interrogare il nostro sguardo. Cézanne non è un capitolo chiuso della storia dell’arte, ma più che mai, una presenza viva.

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