C’è in Plinio Nomellini (Livorno, 1866 - Firenze, 1943) la stessa inquietudine dei grandi spiriti che cercano nella pittura non un’immagine, ma un destino. Figlio della Toscana dei Macchiaioli, educato da Giovanni Fattori a una severa disciplina dello sguardo, avverte presto che la fedeltà al vero non basta: occorre penetrare il mistero della luce, farla ragionare, trasformarla in pensiero. Nomellini porta con sé il rigore di Fattori, ma le sue opere iniziano a vibrare di una nuova energia. Nei suoi dipinti, la macchia diventa respiro, e il colore supera i limiti della mera rappresentazione. In questo contesto, la luce per Nomellini non si limita a descrivere: giudica, misura, dissolve. E lo fa con una naturalezza capace di traghettare la tradizione realista verso la modernità simbolista.
Nel suo percorso, opere come Incipit Nova Aetas (1924) - custodita al Museo Civico “Giovanni Fattori” di Livorno - testimoniano come il suo linguaggio figurativo risenta profondamente del clima politico e ideologico del primo dopoguerra. Qui la tensione tra aspirazione ideale e consenso pubblico non si risolve in propaganda, ma si traduce in una costruzione solenne dell’immagine, dove la luce organizza lo spazio secondo un ordine che è insieme estetico e storico. Negli anni Novanta - un periodo segnato da agitazione politica - Nomellini si confronta con l'ideologia anarchica, arrivando persino a subire un processo per cospirazione nel 1894. Tuttavia, la sua arte non si fa mai parola d’ordine: piuttosto, riverbera una compassione luminosa. L’unità dei corpi e dello spazio emerge dall’intensità dello sguardo, non dalla retorica.
La luce diventa quindi una silente preghiera che trasforma la realtà nella sua coscienza visiva. Il suo avvicinamento al Divisionismo avviene naturalmente. La scomposizione del colore non segue le rigide regole scientifiche, ma risponde a una necessità interiore. Le pennellate si moltiplicano, come cellule di una nuova visione, vibranti e vitali, e costruiscono superfici che non frammentano il reale, ma lo intensificano. Mentre Segantini cerca l’assoluto e Pellizza da Volpedo la redenzione sociale, Nomellini trova un equilibrio più terrestre tra uomo e natura, in una spiritualità laica fatta di luce e silenzio. È un panteismo mediterraneo, in cui mare e sole svolgono il ruolo di luoghi di rivelazione, così come le montagne lo sono per Segantini. Nelle sue tele, come Il raccolto (1910–15), la luce non è solo mezzo, ma principio costruttivo. Le figure si fondono con l'aria, le linee si ammorbidiscono, la materia diventa vibrazione. Nomellini non distrugge la forma, la libera dall’inerzia del contorno. Il reale si trasfigura in modo simile a quanto avviene nelle sculture di Leonardo Bistolfi, dove la materia sembra cedere a un movimento interiore.
Stabilitosi a Torre del Lago nei primi anni del Novecento, Nomellini sviluppa ulteriormente la sua visione. Opere come La nave corsara (1907) - presentata alla Biennale di Venezia - riflettono una purezza di intenti: la luce diviene espressione di una modernità silenziosa. Attorno al lago di Massaciuccoli si forma una comunità di pittori, influenzata dalla presenza di Giacomo Puccini, che la critica battezzerà “Pittori del Lago”. Non si tratta di una scuola, ma di una comunità di personalità diverse, unite dal profondo legame tra uomo e paesaggio e impegnate in una vera e propria mitopoiesi del Massaciuccoli, trasformato da luogo reale in spazio simbolico e identitario. Con il Futurismo che esalta la velocità e la rottura, Nomellini sceglie la continuità e la lenta metamorfosi del visibile. Per lui, il progresso non è distruzione, ma trasfigurazione. La luce ritorna su se stessa, riconoscendosi nel suo splendore, come se ogni paesaggio fosse insieme memoria e promessa. In queste riflessioni echeggia la voce di Gabriele d’Annunzio, nelle cui Laudi si ritrova un’eco affine: «Tutto è pieno di te: la terra, il mare, il cielo».
Versi che sembrano incarnare lo spirito delle sue opere, dove l’immagine contiene esperienza e il colore diventa conoscenza. L’arte di Nomellini non rappresenta il mondo: lo assume, lo attraversa, lo restituisce trasfigurato. La pittura di Nomellini risplende come eco dello spirito, e la materia si accende di un pensiero etico e poetico.