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Quando Warhol era un designer di moda

A Biella due interessanti mostre raccontano il volto meno noto del re della pop art. A Palazzo Gromo Losa e a Palazzo Ferrero esposte le creazioni tessili del genio prima che diventasse artista

Quando Warhol era un designer di moda

Prima delle lattine di zuppa, prima dei volti di Marilyn moltiplicati all’infinito, prima che la Pop Art riscrivesse le regole dell’arte contemporanea, Andy Warhol disegnava. Disegnava per la moda, per le riviste, per i grandi magazzini americani. Disegnava superfici destinate a essere indossate, toccate, vissute. È da questa origine meno nota, ma decisiva, che prende forma “Andy Warhol. Pop Art & Textiles”, la mostra che fino al 6 aprile porta a Biella uno dei progetti espositivi più originali mai dedicati all’artista americano. Ospitata tra Palazzo Gromo Losa e Palazzo Ferrero, l’esposizione costruisce un racconto inedito che intreccia arte, moda, design e produzione industriale, restituendo l’immagine di un Warhol complesso, stratificato, ben lontano dalla semplificazione iconica a cui siamo abituati. Biella, città del tessile e Città Creativa UNESCO, non è solo il contenitore della mostra, ma parte integrante del suo significato: qui il tessuto è storia, identità, linguaggio culturale. I tessuti raccontano un mondo popolato da farfalle, frutti, gatti, scarpe, bottoni, gelati, oggetti comuni trasformati in motivi decorativi. Sono le cosiddette novelty prints, stampe “conversazionali” pensate per la moda americana, capaci di trasformare la quotidianità in racconto visivo. Warhol osserva il mondo dei consumi, delle vetrine e delle riviste patinate e lo traduce in pattern leggeri, ironici, ripetuti. La serialità non è ancora concetto teorico, ma pratica quotidiana: un esercizio che anticipa in modo sorprendente la Pop Art. È in questi lavori che emerge la celebre blotted line, la linea spezzata e vibrante ottenuta tamponando l’inchiostro sulla carta. Un segno imperfetto, nervoso, che restituisce movimento e vitalità e che diventerà una delle cifre più riconoscibili del suo linguaggio. Nei tessuti prodotti per Stehli Silks Corporation, tra il 1962 e il 1963, la semplificazione delle immagini e la ripetizione sistematica segnano il passaggio definitivo verso una nuova idea di arte: democratica, riproducibile, industriale. Questo nucleo trova a Biella una risonanza profonda. Nel cuore di un territorio che ha costruito la propria identità sulla cultura del tessile, i lavori di Warhol dialogano idealmente con una filiera produttiva ancora viva, con gli archivi d’impresa, con il sapere artigiano. Qui il tessuto non è semplice decorazione, ma superficie culturale, memoria materiale, forma di pensiero. A Palazzo Gromo Losa, la mostra cambia ritmo e si apre all’universo Pop nella sua forma più esplicita. Oltre centocinquanta opere provenienti da collezioni private tracciano la parabola di un artista che ha saputo trasformare la cultura di massa in linguaggio estetico. Serigrafie, fotografie, polaroid, copertine di vinili, riviste, ceramiche e materiali pubblicitari compongono un mosaico in cui arte e vita si sovrappongono continuamente. Le copertine dei dischi rappresentano uno dei fulcri del percorso. Per Warhol non sono semplici commissioni, ma un vero laboratorio di sperimentazione grafica. Dal jazz al rock, ogni vinile diventa un manifesto visivo, un oggetto popolare capace di entrare nelle case e di resistere al tempo. Il formato quadrato, destinato a tornare nelle sue serigrafie più celebri, diventa uno spazio di libertà assoluta. Seguono le copertine di Interview, la rivista fondata da Warhol, dove celebrità, artisti e attori diventano icone bidimensionali, superfici da guardare e consumare. La fama, per Warhol, non è un valore morale ma un fatto visivo, una costruzione. Le Polaroid dei Red Books mostrano invece l’altra faccia della Factory: un diario intimo e ossessivo in cui amici, amanti e star vengono catturati in un istante sospeso tra posa e confessione. Il cuore pulsante del percorso resta quello delle serigrafie: Campbell’s Soup, Flowers, Mao, le numerose variazioni di Marilyn. La ripetizione diventa gesto concettuale, la serialità una forma di democrazia visiva. Ogni immagine è uguale e diversa, identica e unica allo stesso tempo. Accanto a queste opere, la presenza simbolica di Basquiat, Haring e Koons sottolinea l’eredità di un artista che ha cambiato per sempre il modo di pensare l’arte.
Una sala speciale è dedicata al rapporto con l’Italia, con la serie Vesuvius, testimonianza del legame intenso tra Warhol e Napoli. Il vulcano diventa icona pop, energia primordiale tradotta in colore e superficie, simbolo di una fascinazione che attraversa cultura, storia e mito.

A Palazzo Ferrero, infine, la Factory viene rievocata come ambiente totale: non solo studio, ma spazio sociale, teatro di sperimentazione, luogo di metamorfosi continua. Attraverso fotografie e materiali d’epoca, riaffiora l’anima più autentica di Warhol, quella di un artista che ha fatto della vita stessa un’opera collettiva.

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