Artisti contemporanei, anzi classici

Se la fine della modernità non si esaurisce nel corteggio variopinto e un po' dubbio del post-modern, allora la fine della modernità può significare il ritorno alla tradizione. Non certo un ritorno pedissequo ma un superamento delle tante avanguardie, una sintesi delle esperienze vissute (e anche sofferte) per ripensare ancora una volta i grandi temi immortali dell'Occidente: il Mito e la Tradizione.
Mito e tradizione che parlano con linguaggi nuovi, totalmente contemporanei, ma attraverso mezzi espressivi che tornano a farsi capire, guardare, toccare, vivere e convivere. Dopo l'orgia immateriale dell'arte concettuale, tornano dunque la «pictura picta», la cultura scolpita anche se frequentemente contaminate da altri linguaggi, dalla fotografia al digitale.
La mostra aperta fino al 3 giugno all'ultimo piano del palazzo di viale Eginardo 29 dove ha sede la Banca Akros, rivela già nel tema i concetti ispiratori: «Ex novo. Artisti contemporanei in viaggio nella memoria». «Ex novo», qualcosa che ricomincia daccapo, che riparte come nuova, ma che in realtà nuova non è perché porta con sé per l'appunto la memoria. Memoria che rivive, rinasce, forza maieutica che genera arte nuova, arte «ex novo».
Sono venti gli artisti della rassegna, giovani e meno giovani, più meno legati al linguaggio figurativo ma declinato in forme diverse, con esiti opposti. Se chiaramente leggibile è la sublime lezione della classicità nei bruni vasi attici di Luca Pignatelli dipinti su ruvidi teloni di canapa post-industriale, e negli onirici «reperti archeologici» del polacco Igor Mitoraj, in altri artisti la memoria si insinua, muta, si contamina, si trasforma, si auto-cita, fa dell'ironia. Potrebbe essere il caso di Youssef Nabil e del suo «Self Portrait with Botticelli» o di Debora Hirsch che usa il linguaggio dei fumetti per accostare un'icona del rinascimento come il ritratto di Federico da Montefeltro di Piero della Francesca a un personaggio dei «cartoons» come Dick Tracy.
Supremamente elegante in questa elegante mostra milanese, la grande immagine del celebre fotografo statunitense David LaChapelle, un'altra riflessione sulle forme della classicità che si confronta con i paesaggi nostalgici di Salvo e con la sfrenata passione per il disegno di Omar Galliani. E mentre Vettor Pisani analizza le contraddizioni del presente con la falsa innocenza «fiamminga» delle sue inquietanti figurine femminili («Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie»), Vanessa Beecroft trasforma in candide immagini classiche le sue celebri modelle nude e Alessandro Papetti propone le sue fiabesche architetture barocche in bianco e nero. I bizzarri acquerelli di Luigi Ontani, il più irriverente degli artisti contaminatori, ricordano al visitatore che la favola (a volte crudele) è condizione irrinunciabile dell'esistenza.

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